Associazione Piazza d’Uomo
Biella 3/6/2009 Casa dei Popoli e delle Culture
Trascrizione non rivista dal relatore
Associazione Piazza d’Uomo
Un po’ di presentazione.
La serata ha un obiettivo di approfondimento, il confronto con don Severino Dianich, che conosciamo, e un obiettivo di dialogo e di discussione. Guardando al titolo, “comunicare nella chiesa”, il tema e’ generico: tutto e’ comunicazione, la liturgia, la catechesi, l’annuncio, .. Per noi pero’ questo tema ha un punto di partenza molto preciso: e’ il disagio, l’inquietudine, che noi credenti abbiamo vissuto in questi ultimi tempi rispetto ad una serie di questioni: la difficolta’ a confrontare, a rendere pubbliche e ad argomentare, serenamente, posizioni, idee, analisi diverse sulla realta’ sociale e politica legate alla nostra fede.
Quattro esempi di questo disagio: il primo risale a due anni fa, quando nella primavera del 2007 l’allora governo presento’ un progetto di legge sui diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi (la questione dei Dico), si apri’ un dibattito nel paese, rispetto a questo il disagio che provammo fu quello di non riuscire a condividere le riflessioni dissonanti rispetto alle prese di posizione che, in particolare il Consiglio permanente della Cei espresse in una “nota” rivolta al mondo politico e sociale. La difficolta’ ad esprimere a livello locale un confronto vero basato sulle idee: non ci riuscimmo, dovemmo utilizzare questi strumenti informatici tipo il blog per avviare una discussione, che poi fu anche interessante, con posizioni diverse.
Un secondo momento risale allo scorso anno quando un gruppo di lettori del bisettimanale cattolico locale, “Il Biellese”, presentarono pubblicamente una riflessione sulle caratteristiche della informazione cattolica, tratte dai documenti ecclesiali sull’argomento, e un contributo critico sulla situazione di questo giornale locale, era il momento in cui si cambio’ il direttore. Anche in questa occasione non riuscimmo ad uscire dalla cerchia ristretta di noi e di alcuni altri perche’ la cosa non venne presa in considerazione, non venne pubblicata, venne sostanzialmente ignorata.
Il terzo esempio credo sia molto eclatante (non entro nel merito delle questioni, le cito solo per fare capire il punto di partenza della serata): e’ cio’ che e’ accaduto nell’ultimo anno rispetto alle vicende di Eluana Englaro, e in generale rispetto alle questioni bioetiche. Assistemmo ad un fenomeno che abbiamo definito di polarizzazione, cioe’ la difficolta’ a proporre una visione della realta’ che non fosse bianca o nera, pro o contro, e a partire da una varieta’ di posizioni, di analisi, di espressioni: questo non siamo riusciti a viverlo, sia a livello di informazione locale e sia a livello di incontri pubblici, perche’ non ce ne sono stati. C’e’ stato un silenzio. Cito una considerazione fatta dal prof. Fausto Colombo, sociologo dei media alla Cattolica di Milano, con cui abbiamo condiviso una serata sul tema dell’informazione locale e dei media sul territorio: Colombo ci raccontava “un anno fa ho litigato ferocemente con il direttore di Avvenire perche’ lui mi diceva “ a volte non pubblico le lettere che sono contro la linea ufficiale del mio giornale, perche’, se le pubblico, vengono strumentalizzate dalla stampa laica che dice – vedete, i cattolici sono divisi..- come ho detto in quell’occasione pubblica – raccontava Colombo- e ribadisco qui, se io faccio cosi’ cancello l’idea che sia possibile un dibattito e trasformo tutto in tifo”.
Questa osservazione e’ un fatto che noi abbiamo vissuto, con inquietudine.
L’ultimo esempio (quarto) che cito e’ cio’ che si sta verificando in questi ultimi mesi rispetto alla situazione degli stranieri: vediamo che nella comunita’ ecclesiale c’e’ una divaricazione, tra chi si occupa in maniera forte in gruppi e organizzazioni che lavorano sulla solidarieta’, e espressioni normali della vita della chiesa locale, per cui da una parte passano dei messaggi e dall’altra magari ne passano altri opposti, che non vengono esplicitati pubblicamente, non si mettono in mezzo al tavolo opinioni diverse, nonostante sia giusto che ci siano idee diverse e la diversita’ diventi una ricchezza.
Questa sera non dobbiamo parlare di questi quattro casi, ma poniamo a don Severino due questioni. Nel nostro percorso sul tema della comunicazione ad aprile abbiamo discusso con il prof. Fausto Colombo sulla mediazione che gli organi di informazione locale realizzano sul territorio biellese, a cosa servono, quale informazione sviluppano. E’ stata una serata difficile ma che ha fatto emergere come, al di la’ del fatto di essere credenti o meno, ci sia una richiesta di maggiori contenuti, di maggiore qualita’ dell’informazione, e questa e’ una grossa questione che riguarda tutta la societa’, al di la’ della chiesa locale e non. Questo puo’ essere un cammino di revisione di vita, dove noi partiamo da fatti concreti, cerchiamo di capirli, ci confrontiamo con il vangelo, e poi proviamo a fare qualcosa.
Questa serata e’ un passo ulteriore in questo cammino di revisione di vita.
Perche’? La domanda che ci poniamo e’ questa: quale fondamento ha il comunicare tra cristiani? Quale fondamento ci propone la Parola, la Tradizione della Chiesa? Tante volte ci accorgiamo che in molti messaggi c’e’ una miscela di scrittura, di precetti morali, di autorita’, anche di scelte politiche. Alla fine non si capisce piu’ quale e’ lo spazio della mia liberta’, della mia coscienza nella adesione a Cristo.
L’altra faccia della stessa domanda e’ la dimensione ecclesiale.
Le persone che hanno organizzato questa serata sono diverse, impegnate piu’ o meno nelle comunita’ e nei gruppi ecclesiali, laici o sacerdoti abbiamo il rischio di proiettare nella chiesa le nostre aspirazioni, i nostri ideali, per cui immaginare una societa’ perfetta, essere sempre critici, magari non vigilare a sufficienza sulla nostra comunicazione… questi sono i limiti. Pur con questi limiti ci chiediamo quale e’ il rapporto tra l’essere chiesa e il comunicare, noi comunichiamo ma con quale immagine di chiesa nella testa, per andare dove? E’ vero che la qualita’ del nostro comunicare, delle nostre relazioni e’ anche l’indice della comunione nella chiesa?
Abbiamo definito questa sera come dialogo e non come conferenza, da don Severino Dianich ci aspettiamo non una risposta ma delle tracce di lavoro, ed anche altre domande, per metterci in discussione. Questo e’ cio’ che volevamo dire come presentazione.
Le questioni che ponete sono molte, intricate e si collocano a livelli molto diversi: questa e’ una difficolta’ perche’ i diversi livelli vanno individuati, per capire su cosa stiamo discutendo in ordine alla comunita’ della vita della fede, pero’ sono livelli che pure devono essere interconnessi tra di loro in una esperienza umana che e’ totale. Poiche’ non sono ne’ un sociologo ne’ un giornalista ne’ un esperto dei problemi della comunicazione dal punto di vista sociale ma faccio il mestiere del teologo, non posso fare a meno di andare alla radice del problema della comunicazione nella vita della chiesa, perche’ siamo alla radice della chiesa stessa in quanto la chiesa si costituisce come una dinamica di comunicazione: se non ci fosse per la fede il problema della comunicazione della notizia su Gesu’ non ci sarebbe la chiesa. La chiesa nasce esattamente da questo fatto che la fede cristiana non e’ il rapporto con il Dio del cielo ma e’ il rapporto con una vicenda umana, la vicenda di Gesu’, che ha un significato al di fuori dei tempi in cui e’ accaduta solo in quanto viene comunicata, il giorno in cui si interrompesse la comunicazione della fede nel mondo significherebbe che nell’arco di una generazione la chiesa e il cristianesimo stesso cesserebbero di esistere. Questo significa anche che non solo le componenti della comunicazione ma anche le problematiche della comunicazione sono costitutive della chiesa: e’ chiaro che sono problematiche che a volte sembrano dovute piu’ che altro a ignavia o a inettitudine degli uomini, pero’ e’ anche vero che sono problematiche inerenti ad ogni fenomeno di comunicazione umana e quindi per forza le troviamo presenti nella chiesa.
Se vogliamo andare alla radice pensiamo solo a certi eventi della chiesa dell’origine, per esempio quello della fissazione di un canone biblico, cioe’ i vangeli quei quattro e non altri, e in fondo di fronte a un dilagare della comunicazione senza nessun argine questo ha significato dire “eh, la comunicazione della fede sta li’ dentro”. E il problema eresia/ortodossia si affaccia gia’ nel nuovo testamento, quando Giovanni per esempio dice “se uno afferma che il Cristo non e’ venuto in carne e’ l’anticristo!”, allora se uno afferma qualche cosa allora l’apporto della parola va sottoposto a un giudizio. Poi invece in maniera molto piu’ estesa, piu’ diffusa e piu’ leggera rispetto alla pesantezza e allo spessore delle due cose che ho detto all’inizio, la comunicazione e’ la verifica di tante forme di incomunicabilita’ tra diverse sensibilita’, tradizioni, scuole, culture, pensiamo al dramma della divisione della chiesa tra oriente e occidente: una incapacita’ di comunicazione.
Allora la comunicazione che costituisce la chiesa e’ ovviamente la comunicazione della fede in Gesu’, potremmo tracciare semplicemente le affermazioni del credo: Gesu’ figlio di Dio, fattosi uomo, morto, risorto, oggi vivente in Dio, salvatore e giudice dell’umanita’”, questo come oggetto centrale della comunicazione della fede, in quanto la comunicazione di questo oggetto si risolve in un “evento felice”, direbbero i linguisti, nel senso che la comunicazione “passa”, e l’affermazione e’ accolta e condivisa. In quanto accade questo semplicemente nasce la comunita’ cristiana, in qualunque parte del mondo non ci sia la conoscenza di Gesu’ Cristo e questa notizia sia portata e ottenga un consenso di fede li’ nasce la chiesa, da questa comunicazione del contenuto essenziale della fede. In quanto evento “in fieri”, che potra’ avere un esito felice o infelice, e’ la missione della chiesa: la vita della chiesa e’ lo strutturarsi intorno all’evento felice della comunicazione di Gesu’.
Ora come ogni evento di comunicazione e’ costituito da soggetti diversi, fra i quali intercorre una diversita’ vera e propria, che decide proprio il loro essere soggetti, perche’ se non fossero diversi non sarebbero soggetti, quindi la diversita’ non e’ un incidente di percorso ma e’ costitutiva dell’umanita’ fatta di persone, e quindi anche nella chiesa di una comunita’ fatta di persone umane credenti. In questo senso la comunicazione non puo’ essere solo considerata una specie di contenitore di dati, una specie di vettore che conduce dati oggettivi da una sponda all’altra, perche’ questo non esiste, al massimo puo’ esistere nelle forme assolutamente banali della comunicazione, (passo per la strada e chiedo “che ore sono?” ma anche li’ il rapporto tra i soggetti c’e’, tanto piu’ che se la persona a cui chiedo parla un’altra lingua gia’ la comunicazione non funziona) , quindi ci sono forme di comunicazione in cui il rapporto intersoggettivo incide poco e forme in cui il rapporto e’ assoluto, totale, basti pensare alla comunicazione di una dichiarazione di amore.
Questo significa che allora nella vita della chiesa, da un lato, e nella missione della chiesa verso il mondo, questo dato della diversita’ dei soggetti, impone la comprensione dell’altro, la individuazione delle forme del suo linguaggio, questo e’ un dato elementare che a volte a livelli piu’ elevati e piu’ complessi a volte si dimentica. Questa diversita’ persiste anche la’ dove l’evento della comunicazione ha avuto un esito felice, perche’ il fatto che abbiamo concordato sul dato fondamentale comunicato non significa che i soggetti si sono appiattiti su quel dato, e per cui la diversita’ e’ cessata: e’ questa e’ la ragione per cui accade che siamo molto meno capaci di comprensione della diversita’ del vicino che della diversita’ del lontano, per cui le liti tra vicini sono piu’ drammatiche delle liti tra lontani, perche’ con i vicini si pensa che la diversita’ non debba esserci, quando la si verifica e ci si scontra si e’ piu’ inetti ad affrontare i problemi.
Nella prospettiva della fede tutto questo non va considerato semplicemente come il limite ultimo umano, ma diventa anche una esperienza di fede nella imprevedibile azione dello spirito, che secondo Gesu’ e’ come il vento, e soffia dove vuole. Domenica scorsa (Pentecoste) ascoltavamo Gesu’ che diceva che “vi condurra’ alla verita’ tutta intera”, quindi e’ una dinamica che trasforma e che si manifesta in una imprevedibile novita’ e pluralita’ degli incontri con le persone: quello spirito che non solo agisce nella comunicazione tra i credenti ma che il credente stesso nell’aprirsi al non credente non puo ignorare la presenza e l’azione, che in fondo la stessa comunicazione della fede al non credente in qualche maniera presuppone che il non credente sia un “luogo” dove lo spirito agisce, perche’ se questo non si presupponesse sarebbe perfettamente inutile comunicare la fede, lo spirito agisce e dona la sua grazia. Questo non significa che la comunicazione della fede sia esclusivamente un evento di carattere intersoggettivo: questo e’ un problema che si e’ aperto in maniera abbastanza drammatica nella filosofia della comunicazione del ‘900. In studi di carattere teologico provenienti dalla Francia, impressionanti, sembra che la comunicazione si imponga come l’unica realta’, per cui non conta quello che si comunica, non conta ne’ il soggetto che comunica ne’ quello che riceve la comunicazione, ma conta il comunicare, con una sorta di vaghezza nella impostazione dell’analisi dello stesso linguaggio umano e con il rischio di esiti di carattere veramente nichilista in questo caso. Ricordo un testo di teologia su questo campo, che mi colpi’, che diceva “ma allora il Cristo chi e’? il Cristo e’ il “campo” della comunicazione umana”, mi sembra un po’ poco per la fede di un cristiano. Se questo accade in teologia e’ chiaro che la fonte non viene dalla teologia, viene da una cultura diffusa in cui e’ come dire la “frammentazione” della realta’ nell’attimo vissuto che sembra contare come unica realta’ importante e non invece cio’ che c’e’ prima e dopo i soggetti nella loro oggettivita’ paradossalmente che determinano l’evento, eccetera. La comunicazione della fede infatti ha la sua spinta iniziale nell’incontro del credente con Dio che si e’ fatto uomo in Gesu’, quindi con realta’ corpose perche’ il verbo si e’ fatto carne, la rivelazione di Dio si risolve in elementi ben determinati, in quanto la vicenda da cui parte la nostra fede e’ una vicenda storica, in un certo luogo e tempo, che ha fatto determinate cose e non altre, vissuto in un mondo noto e non ignoto. Per esempio un elemento della storia della chiesa e del pensiero cristiano che a molti fa problema, cioe’ la questione della cura dell’ortodossia e dell’eresia, le parole sono talmente irritanti alla nostra sensibilita’ di oggi per cui ci sembra illegittimo che questo problema esista, ma in realta’ come faccio a riconoscere un cristiano che mi dica che Gesu’ non e’ morto in croce!. E’ chiaro che c’e’ un contorno determinato con esattezza dal contenuto della fede che non puo’ essere risolto a vaghezza, poi il problema della fede come esperienza associativa e’ un altro discorso, ma questo elemento diventa per forza un imperativo: quindi da queste osservazioni raccolte un po’ qua’ e la’ appare con una certa chiarezza quello che e’ il problema fondamentale nella comunicazione della fede: quello di coniugare l’approccio soggettivo della comunicazione, la ineliminabile diversita’, sia prima che dopo, la comunicazione avvenuta, da un lato, e dall’altro lato l’imperativa oggettivita’ della memoria di Cristo, perche’ e’ quello che comunico, non altre cose. Gesu’ stesso ci guida in questo cammino, nel passo che gia’ ricordavo e che e’ stato oggetto di proclamazione liturgica e di meditazione domenica scorsa “molte cose ho ancora da dirvi ma per il momento non siete capaci di portarne il peso”, quindi e’ come dire che non ha detto tutto, da un lato, quindi vuol dire che ci sono scoperte da fare: questo e’ vero perche’ ogni volta che un nuovo credente si affaccia all’orizzonte della fede questa si presenta in maniera nuova, per forza, perche’ e’ un soggetto, una persona, che la vive. Quindi c’e’ sempre qualcosa di nuovo da attendere, “quando verra’ lo Spirito di verita’ vi guidera’ alla verita’ tutta intera”, pero’ poi, soggiunge Gesu’, “non parlera’ da se’ ma dira’ tutto cio’ che ha udito, e vi annunziera’ le cose future”, “egli prendera’ del mio e ve lo annunziera’”. Quindi vedete che i due elementi sono qui enunciati, seppure con un linguaggio che e’ quello tipico del vangelo di Giovanni.
Questi pensieri di fondo credo sia utile siano oggetto di riflessione anche per affrontare invece poi problemi molto piu’ quotidiani, che comunque urgono e premono sulla nostra coscienza, quelli quindi di una comunicazione la piu’ efficace, la piu’ ricca fra i diversi soggetti credenti nella chiesa e fra la chiesa e il mondo.
La problematica attuale indubbiamente e’ caratterizzata dentro e fuori della chiesa da un forte individualismo che rende piu’ difficile la composizione di ogni forma di vita comunitaria: e’ gia’ stato detto che il problema non e’ solo della chiesa ma a tutti i livelli, pensate alla difficolta’ della comunicazione nella famiglia. Il problema della comunicazione “felice” all’interno di una comunita’ nella intesa da perseguire al massimo, da un lato, e nel riconoscimento e nella valorizzazione delle diversita’, da non distruggere mai. Pensate alla societa’ civile, la campagna elettorale ahime’ ci sta dando una testimonianza desolante della incapacita’ di parlare, di ragionare, di discutere, anche di polemizzare sulle cose invece semplicemente che di litigare e averla vinta sul proprio avversario, senza sapere poi esattamente di cosa si litiga.
Cosi’ anche nella chiesa la cultura individualista fortemente dominante crea una serie di particolari problemi quando la comunicazione risulta fine a se’ stessa. Questo si riflette anche sulla comunita’ cristiana, nella quale sembra difficile comunicare nella fede tra credenti, ed e’ difficile comunicare la fede ai non credenti. Un episodio curioso, mi e’ capitato di parlare in un incontro di catechisti della bellezza del parlare di fede tra noi credenti e, mi dice una signora, “ma con chi? come si fa? sono andata dal mio parroco e gli ho detto che volevo parlare un po’ di Dio e lui mi ha detto – ma lei ha bisogno di un padre spirituale..-“ quasi a dirgli “ma lei ha bisogno dello psicanalista”. Questa e’ una situazione pesante e che poi si riflette nella attitudine abbastanza diffusa di parlare di fede al non credente, per esempio: si potrebbe analizzare questo fenomeno ma il fatto che la riservatezza e l’individualismo dominino l’esperienza credente nel suo nucleo forte e’ un dato che si sta osservando, e tanto piu’ e’ debole l’esperienza di una fede comunicata e comune, e la comunicazione piu’ importante, quella del fatto grandioso che tra cristiani, e tra cristiani anche di diverse confessioni, tutti crediamo nello stesso Signore Gesu’ e che questa comunicazione resti isolata alle proclamazioni nelle prediche e alla liturgia e’ un fenomeno inconcepibile ma pure vero, la vita vissuta dei cristiani e gli atteggiamenti della comunita’ di fronte al mondo sono piu’ oggetto di comunicazione e discussione negli aspetti piu’ esteriori, immediati, fruibili che nelle radici piu’ profonde. Forse questo scollamento tra le radici profonde e la comunicazione a livelli piu’ superficiali ma pure molto coinvolgenti indubbiamente e’ un limite serio: se percepissimo con piu’ vigore avere la medesima fede, credere nel nostro Signore Gesu’, morto e risorto per la salvezza del mondo, se questa sensazione di un patrimonio comune di enorme valore fosse piu’ viva allora possiamo dire che potremmo permetterci il lusso di litigare quanto vogliamo, tanto la comunione e’ garantita; se invece questo senso di comunione sul profondo e’ debole, allora ogni contrasto, ogni conflitto sembra che diventi in qualche maniera tragico.
A questo si aggiunge la persistenza, indubbiamente, dei problemi che anche sono stati ricordati nell’introduzione, la persistenza di una forte mentalita’ clericale, che produce a volte effetti, dire autoritarismo sembra esagerato, pero’ di fatto di “pesantezza”. Pesantezza di un discorso, di una sentenza che viene dall’alto, o comunque di un processo decisionale che non coinvolge mai il basso. Non e’ maturata la convinzione nella chiesa nostra, non solo nei preti ma anche in moltissimi laici, che ogni credente ha i suoi carismi, e che ogni credente e’ soggetto responsabile della missione della chiesa: questo viene detto, viene proclamato, ma non e’ sentimento diffuso, percepito con vigore, assolutamente no, e’ chiaro che ci sono vischiosita’ di una vecchia cultura, di una vecchia spiritualita’ cattolica, che si e’ maturata molto anche con il conflitto con il protestantesimo, dove appunto l’abolizione di ogni magistero e di ogni autorita’ all’interno della chiesa ha portato li’ l’effetto dirompente opposto di una frammentazione spaventosa delle diverse confessioni, pero’ la reazione cattolica e’ l’incapacita’ di accedere a questo dato fondamentale che fa parte della nostra fede, della presenza dello spirito e dei suoi doni, in ogni credente. Una credenza di questo tipo poi puo’ essere accresciuta di fatto, e avviene sempre, dai difetti personali e di sensibilita’ autoritaria di questo o quel prete, di questo o quel vescovo.
Cosi’ come dal rifiuto della fatica del decidere insieme: un caro amico protestante una volta per battuta mi diceva “beati voi perche’ noi, per prendere una decisione, discussioni senza fine, perche’ tutto passa sinodalmente e quindi non si arriva mai in porto…. va bene, nostalgie reciproche.. e a volte anche nei responsabili della comunita’, preti, parroci e vescovi, la volonta’ di una azione che si ritiene tanto piu’ efficace quanto piu’ rapida e tempestiva, quindi tale da non dover passare, ma da dover bypassare tranquillamente la messa in comune, la discussione, ecc.
Insomma molte ragioni di carattere psicologico e culturale e spirituale, derivanti queste ultime dalla nostra tradizione, sono alla base di queste difficolta’. Senza contare che queste difficolta’, non lo faccio per difendere la “casta”, ma responsabilita’ di questo tipo stanno anche nei laici. Recentemente una signora, cristiana di valore, mi dice “ma insomma io per queste ultime vicende, anche qui rapidamente ricordate, sono a disagio e sento il bisogno di dimostrare il mio dissenso e non daro’ la firma per l’otto per mille per la chiesa cattolica, e mi chiedeva un parere..”. Se lei ritiene di dover fare cosi’ lo faccia pure, pero’ scriva a chi di dovere dicendo le ragioni per cui lo fa… In realta’ anche quelle vie comunque percorribili per esprimere il proprio pensiero pochi cristiani le percorrono. Uno si isterilisce un po’ nel lamento e non riesce a prendere carta e penna.
Alla base della difficolta’ ci sono anche carenze istituzionali, questo e’ un fatto: carenze istituzionali nell’ordinamento canonico, perche’ nel nostro ordinamento canonico praticamente mancano luoghi, istanze di collegialita’, di sinodalita’, di decisione comune, in cui il laico, ma anche il prete in fondo, possa determinare qualcosa, dare un voto. Dico per battuta che anche io prete per avere nella chiesa una istanza su cui posso votare in maniera decisionale devo farmi frate, perche’ negli ordini religiosi si elegge il superiore, ecc, hanno internamente una struttura fortemente democratica. Manca anche dal punto di vista canonico un qualcosa che favorisca l’assunzione di resposabilita’ da parte di tutti attraverso appunto un maggiore sviluppo della comunicazione, del confronto, dell’apporto reciproco.
E’ vero che alla chiesa non puo’ essere applicato un regime democratico parlamentarista, non si decide a colpi di maggioranza se i sacramenti sono setto o otto, o se i vangeli canonici debbano essere quattro o cinque: la chiesa ha una struttura di carattere carismatico e sacramentale che non puo’ farla assimilare ad un regime parlamentarista, ma questo non significa che allora fra una soluzione di un democraticismo improprio e dall’altro lato la situazione attuale, in cui di fatto non ci sono istanze, luoghi in cui potere raccogliere con maggiore precisione forme di consenso o di dibattito, fra i due estremi si possono creare, inventare, delle vie di mezzo.
Quali prospettive allora si possono tracciare? Alla base di una positiva possibile fiducia in uno sviluppo verso forme di comunicazione e partecipazione piu’ ampie sta indubbiamente un laicato spiritualmente piu’ maturo, e teologicamente piu’ formato: nella riunione di stasera voi siete una novita’ forte rispetto al laico medio di cinquant’anni fa, quando gia’ semplicemente un’incontro di questo tipo dove si ragiona insieme di cose di chiesa non accadeva. Cio’ che voglio sottolineare rispetto allo sviluppo del laicato e alla formazione di una coscienza cristiana piena e’ questo: ho la sensazione che molte volte intendiamo piu’ la funzione del laico dentro la struttura della comunita’ (catechesi, liturgia, servizi) che rispetto all’ambito piu’ proprio delle vocazioni laicali (la vita sociale, professionale, familiare, …) che in definitiva e’ la missione della chiesa nel mondo: anche se cio’ nella coscienza dei fedeli e’ sentito questa esperienza poi raramente rifluisce all’interno della comunita’, per esempio in un consiglio pastorale si discutera’ molto sull’organizzazione della vita parrocchiale e poche volte si ascoltera’ che cosa i laici di questa parrocchia stanno facendo nelle diverse professioni, nella societa’ civile, ecc.. per vedere cio’ che si sta’ facendo la’ in quel campo ci coinvolge tutti come comunita’ cristiana e viceversa come comunita’ cristiana noi cosa possiamo dare e come sostenerli nella loro missione ecclesiale nel mondo.
Concludo: la unita’ della fede, la comunione ecclesiale sono realta’ profonde e queste non mancano, mi fa ridere a volte laici, preti e vescovi che quando c’e’ una lite dicono “ah, e’ rotta la comunione ecclesiale”: la comunione e’ la fede nell’unico Gesu’, questa sussiste, poi e’ vissuta magari peccaminosamente perche’ ci caviamo gli occhi litigando ma questo non significa che la comunione profonda sulle radici vitali venga meno ad ogni conflitto che nasce.
Naturalmente e’ necessario il discernimento tra cio’ che costituisce il valore decisivo di questa comunione nella fede nel suo contenuto essenziale, e cio’ che ne deriva nella diversa distanza tra il centro e le periferie dell’esperienza della fede. Non basta dire una distinzione tra cosa e’ essenziale e cosa e’ contingente, tra cosa e’ originario e cosa e’ derivato, no, perche’ c’e’ una gradazione sia nelle materie della fede soprattutto quando il materiale creduto comincia a intrecciarsi, e questo accade molto presto, con i problemi della vita quotidiana, quindi con la morale, l’etica, la politica, la vita sociale. E’ chiaro che si ha quindi una specie di nucleo centrale che e’ il garante, la grazia di Dio della comunione ecclesiale, e poi un’espandersi a cerchi concentrici verso zone sempre piu’ periferiche, dove allora anche il bisogno dell’unita’ appare rigoroso nel nucleo, piu’ leggero man mano che ci si allontana e poi capace di sopportare anche radicali diversita’ nei suoi spazi piu’ lontani dal centro: naturalmente nessuno e’ in grado di dare una ricetta o una misurazione per dire di volta in volta in quale regione ci troviamo, pero’ e’ chiaro che e’ anche possibile con la riflessione seria arrivarci e grosso modo saper distinguere in quale zona ci collochiamo, quanto siamo legati e impegnati nell’unita’ e al consenso comune o quanto giova esattamente alla chiesa la diversita’, la pluralita’, il dibattito, anche la stessa contraddizione tra posizioni diverse.
Alcune questioni riportate dal dialogo successivo:
Intervento: Il rischio e’ quello, attraverso ragioni di fondo, di vincolare su cose che sono secondarie, soprattutto da parte di chi ha autorita’ nella chiesa, per cui si blocca un dibattito sereno proprio perche’ vengono messi subito in discussione i massimi principi, Gesu’ risorto. La seconda cosa, e solo la chiesa potrebbe farlo, e’ dare uguale voce a tutti indipendentemente dal fatto di essere o meno maggioranza, di una linea piuttosto che un’altra: questo e’ difficile nella societa’ civile ma nella chiesa avremmo anche i presupposti per poterlo fare ma questo non viene quasi mai fatto, anzi.
Don Severino: e’ necessario con il ragionamento e la fede cercare di sfrondare la nostra comunicazione dal carico passionale per arrivare a riconoscere il nucleo che ci accomuna: ci sarebbe comunque utile, anche nei confronti dell’autorita’ stessa nella chiesa, quando non condividiamo una presa di posizione o giudichiamo non evangelico un atteggiamento, il salvare la buona fede delle persone, partire dalla valorizzazione di un elemento comune che sempre presuppongo, poi su quello ragionare e anche litigare, se si vuole. E’ chiaro che con l’autorita’ siamo perdenti, in una situazione asimmetrica: e’ vero che a volte si ha la sensazione che l’autorita’ forzi in qualche maniera situazioni contingenti perche’ premono (o si fa cosi’ o i danni sono peggiori quindi…), non approvo questo atteggiamento ma cerco di capirlo. Il bisogno che sentiamo che nella chiesa si dia la voce a tutti e’ piu’ che legittimo e logico, e’ chiaro che nel momento in cui il discorso raggiungesse certe ampiezze allora dovremmo misurare i problemi che emergono: facciamo l’esempio del problema della nomina dei vescovi e dei parroci, e’ un problema delicato e acuto, e a volte da parte della base ci sono delle osservazioni ma chi potrebbe “votare” un vescovo, i battezzati?, tutti? chi partecipa? E’ un esempio grossolano ma piu’ che le forme istituzionali rigide credo che cio’ che abbiamo bisogno e’ il mutamento di un costume, prima di tutto: si parlava della stampa, io desidererei che un giornale dei cattolici come Avvenire, per esempio, fosse aperto ad ospitare diverse opinioni dei cattolici e non una linea univoca, perche’ di fatto nel mondo cattolico ci sono diverse opinioni: e’ su questo piano che e’ possibile e pertinente muoversi, piuttosto che sulle grandi decisioni che trovano davanti a se’ tali difficolta’ che poi alla fine non se ne fa nulla.
La sensazione che sia la paura, piuttosto che la gioia della comunicazione, a determinare talvolta nella gerarchia certe prese di posizione la condivido anche io, quindi ne deriva questa cura di una compattezza che poi in realta’ e’ fittizia, illusoria e che poi non si realizza, e il cui perseguimento in realta’ fa piu’ danni che vantaggi. La paura e’ cattiva consigliera, lo dice anche il proverbio, nella fede non dovrebbe esserci, anche se direi sempre di integrare le opinioni: facciamo un esempio concreto sul sistema di finanziamento della chiesa, l’otto per mille, sul quale vi sono giudizi diversi: promuovere oggi da parte di cattolici una iniziativa di legge che proponesse tout cour l’abolizione del sistema significherebbe mettere alla fame tutti i preti, ma certamente in tempi lunghi la via da perseguire e’ quella del massimo spirito evangelico, con un cammino prudenziale che non porta a rinunciare ad un ideale ma a spezzarlo nel tempo per evitare danni soprattutto alle persone.
Esprimere la fede e’ difficile ma credo che la forma piu’ ovvia per esprimerla non e’ quella predicatoria e dottrinaria, del credente che sa tutto, ma che con semplicita’ si racconti la fede, depurando il problema dall’aspetto del passato di intolleranza nella storia della chiesa, si dona un esperienza: sembra che la inibizione che ci domina molto nel comunicare la fede in realta’, tolta la vischiosita’ di antiche storie, non ha ragion d’essere, anzi si risolve in una mancanza di amore verso il prossimo, perche’ per me la fede e’ un grande valore e come faccio a desiderare che una persona che amo non la possa condividere?
Il discernimento, tra centro e periferia nel discorso di fede, e’ piu’ facile se poniamo delle questioni di carattere dogmatico-teologico, allora possiamo certamente chiederci, esempio ovvio anche se nella sensibilita’ cattolica non e’ poi tanto comune, se la madonna e’ apparsa a Lourdes o non e’ apparsa: questo non e’ un dogma di fede, la chiesa ha accolto questa esperienza e questa e’ la devozione che ne e’ derivata e sarebbe abbastanza presuntuoso che un singolo dicesse “va abolito” ma neppure il vescovo puo’ dirmi “ah se tu non credi a Lourdes sei eretico” perche’ no, questo non ha a che fare con il dogma della fede: sul piano della ortodossia della fede queste distinzioni sono piu’ facili a partire appunto dal Credo, che e’ una formulazione classica che viene dalla grande tradizione della chiesa, quel Credo del concilio di Nicea, tra tra l’altro fa da base anche per il Consiglio Ecumenico delle Chiese, per cui anche le chiese non cattoliche, per aderire al CEC, ne fanno accettazione, anche nella diversita’ delle chiese si e’ individuata una formula essenziale del nucleo della fede a partire dalla quale ci sono poi certi elementi forti della tradizione, ci sono definizioni dogmatiche, si puo’ elaborare in qualche maniera questa gradazione.
Il problema e’ molto piu’ complicato sul piano etico, soprattutto quando il piano etico non e’ solo quello del giudizio su un atto. Ad esempio che l’aborto sia un atto iniquo e’ difficile affermare che non sia imperativo per la coscienza cristiana, quando io mi chiedo come giudico una legge sull’aborto allora gia’ ho una complessita’ ulteriore della cosa, perche’ allora non si tratta di dire se l’atto in se’ lo devo giudicare buono o cattivo – lo giudico comunque cattivo – ma mi chiedo quali sono i provvedimenti legislativi in una societa’ per limitare questo male, per evitarlo, per eliminarlo, ecc, allora sono su un gradino diverso. Subentra tante volte l’elemento piu’ decisamente pastorale-operativo nelle determinazioni della gerarchia, dove si vede che un certo cammino sarebbe piu’ facilmente percorribile se ci fosse una certa compattezza e allora la si stimola: se questo viene fatto in maniera scrupolosamente corretta, con tutte le distinzioni, o a volte trasborda, ecc, questo succede. Pero’ e’ vero che io anche nel giudizio morale ho il giudizio sul carattere di principio, poi sulla situazione sociale, sulla situazione politica, poi sulla persona: in confessione una persona mi dice “ho fatto questo e quello, ho peccato?”, me lo deve dire lei se ha peccato, non posso dire io se ha peccato, io posso dire che in linea dottrinale fare questo e’ peccato, dipende dalla avvertenza, dal consenso, come ci ha insegnato il catechismo, il giudizio lo deve dare il soggetto su se’ stesso: ecco allora questa diversa gradazione. Pero’ credo che i due elementi che classicamente sono sempre stati accentuati sono l’autorita’ della scrittura e la tradizione cattolica, perche’ la scrittura non e’ semplicemente un documento notarile che sta li’, nasce e viene letta dentro la tradizione della fede, quindi non due criteri autonomi ma un impasto, questo e’ il primo enunciato da tenere presente.
Intervento: Rispetto a democrazia e fede ho letto una riflessione di Amartya Sen che dice “in occidente siamo troppo preoccupati della democrazia come momento in cui decidiamo tra una scelta o un'altra, dove si vota su una scelta – lui diceva – dobbiamo preoccuparci del come si formano le scelte, perche’ la democrazia vera e’ la partecipazione alla formazione delle scelte, non solo il momento in cui si decide fra scelte che altri hanno fatto”. All’interno della chiesa credo che questa “democrazia” sia la partecipazione al dialogo e al confronto, alla ricerca del come si vive la fede.
Come seconda osservazione quando parliamo di comunicazione molto dipende dal “clima” in cui questa comunicazione avviene: nel momento in cui vi e’ un clima sociale avvelenato, acceso, denso di contrasti allora diventa difficile il dialogo anche tra fratelli di fede, mentre se il clima generale e’ di rispetto, di amore, allora il dialogo diventa piu’ facile. La mia preoccupazione e’ il vedere che gli stessi mezzi di comunicazione che appartengono al mondo cattolico contribuiscono ad avvelenare il clima: una cosa che aveva scritto il nostro vescovo nella lettera sull’educazione mi serve per mettere in luce questa contraddizione, “il centro della trasmissione e dell’educazione e’ la persona con le sue concrete e quotidiane esperienze, e’ la persona da amare. Il centro e’ la persona, il clima e’ l’amore” questo dopo avere affermato che “una delle frontiere piu’ delicate della chiesa di oggi consiste nella grande sfida del comunicare il Vangelo di Gesu’”. E poi penso al nostro giornale “Il Biellese”, di proprieta’ della diocesi. Venerdi’ 22 maggio titola a tutta pagina “EMERGENZA SALUTE”, ohibo’ che cosa e’ capitato? “SCABBIA ALL’OSPEDALE: una cinquantina di dipendenti trattati con la profilassi, un caso accertato e otto segnalazioni” questo il titolo principale del nostro giornale. A fine gennaio mi aveva colpito una sequela di titoli, (il territorio biellese e’ una zona a forte crisi attualmente perche’ alla congiuntura si aggiunge una struttura industriale in difficolta’ da anni) e li metto a confronto con i titoli successivi dell’Eco di Biella (giornale a maggioranza di proprieta’ dell’Unione Industriale): “Il Biellese” il 30/1/09 titola “LE MANETTE SUL T-RED”, l’”Eco di Biella” il 2/2/09 titola sulla crisi “ZEGNA E LORO PIANA: CE LA FAREMO”, “Il Biellese” il 3/2/09 “MAXI RISSA DEL SABATO SERA” , “Eco di Biella” ha dedicato alla maxi rissa qualche riga, il 5/2/09 “Eco di Biella” titola “PATTO PER I 6000 SENZA LAVORO”, “Il Biellese” venerdi’ 6/2/09 titola “PESTAGGIO IN VIA ITALIA”.
Allora tenga presente che le conseguenze della maxi rissa del sabato sera sono la frattura ad un dito di un ragazzo, le conseguenze del pestaggio del venerdi’ sono stati due ragazzi le cui ferite sono giudicate guaribili in dieci giorni.
Quando usiamo i mezzi di comunicazione in questo modo anziche’ contribuire a costruire, a livello locale, una comunita’ di confronto e di relazione contribuiamo invece a costruire qualcosa di diverso, una comunita’ di paura, di conflitto. Credo che noi portiamo una responsabilita’ grave, constato che nella stessa comunita’ cristiana non si reagisca a questa situazione.
Don Severino: Allora gente tocca a voi, non a me…. Non vedo perche’ lo stile cristiano non debba essere adottato anche dai grandi mezzi di comunicazione, cosi’ come ci si impegna ad adottarlo nel rapporto personale, ma questo ahime’ accade non tanto raramente, per cui il singolo cristiano deve seguire il vangelo e invece insieme no. Siamo in una situazione in cui il confronto non avviene sulle cose reali ma semplicemente per la voglia di combattersi, di lottare e questo non e’ costruttivo, non serve a niente, fa danni e basta.
Sulla questione della democrazia sono d’accordo che il momento decisionale in cui si vota e ci si conta e’ l’elemento piu’ strumentale della democrazia, non e’ la democrazia, e’ uno strumento. C’e’ un libretto classico sul tema, di Ruffini, “Il principio maggioritario” (Adelphi), testo di anni fa ma ristampato, che dimostra come si e’ sviluppato questo senso della democrazia, che poi da noi e’ approdata nella forma parlamentare, e fa riferimento ogni tanto alla storia dei concili nella chiesa, perche’, e’ curioso, ma nei concili si e’ sempre votato e le decisioni vengono prese a maggioranza, anche se Ruffini mette in luce certi interessanti passaggi da una formula all’altra, cioe’ “maior pars”, allora si decide nella forma della maggioranza; ma la “maior pars” che garanzie ci da di essere giusta?, di per se’ nessuna, allora e’ introdotta la formula della “sanior pars” (dei migliori) dove in fondo i problemi che anche noi oggi sperimentiamo nei nostri regimi democratici risultano essere vecchi un po’ di sempre. Si e’ molto parlato della “democrazia dei ricchi”, in una societa’ opulenta dove la maggior parte sono ricchi i poveri sono sempre in minoranza, perderanno sempre, eppure e’ la democrazia. Oppure abbiamo avuto il famoso caso dell’Algeria, anni fa, dove le elezioni furono regolarmente vinte dal partito estremista, con tutti i pericoli che ne derivavano, per esempio. Non credo che alla chiesa tocchi elaborare le formule correttive o le migliori formule di un sistema parlamentare ne’ per se’ stessa e ne’ per la societa’ civile, pero’ quello che Maritain chiamava “lo spirito della democrazia”, ed anche Amartya Sen ritorna su questo tema. In questo senso il Concilio Vaticano Secondo e’ stato una interessante scuola, perche’ se guardate le cifre con cui i documenti sono stati votati sono da regime stalinista (2125 si’, 25 no…) ma perche’ si elaborava un documento, si faceva un primo sondaggio, se si vedeva che questo aveva la maggioranza pero’ risicata si raccoglievano le opinioni diverse, di mettevano dentro,.. cioe’ l’elaborazione era tale da raggiungere la maggiore maggioranza possibile. E’ chiaro che un parlamento fa una legge, legittima, con un voto in piu’, ma nel concilio no! Per dire che di per se’ la chiesa potrebbe essere maestra di questo. Scelte di maggioranza o scelte di autorita’, l’importanza del comunicare di cui stiamo discutendo. Credo che dobbiamo farlo in ogni caso, anche se non ci e’ concessa la possibilita’ di costruire una sede in cui ci si metta a dibattere insieme. Dobbiamo comunicare il nostro parere come singoli o come gruppi, senza aspettare che abbia il suo effetto immediato pero’ puo’ averlo nell’ottica di un cammino, e l’influenza sul parere di tutti non potra’ non esserci.
Intervento: siamo in una realta’ di provincia; io scrivo su un giornale locale biellese, non su quello cattolico, e gia’ avere notizie ecclesiali e’ una operazione difficile, per esempio ho raccolto delle voci sui possibili candidati per la sostituzione di un parroco, ho fatto un pezzo e ci sono state proteste sul fatto che ci siamo permessi di dire qualcosa; oppure se si esprimono contrarieta’ si viene accusati di mettere in difficolta’ la chiesa locale, di non volere compattare, di discutere di piccolezze che magari proprio piccolezze non sono…
Don Severino: infatti quando lei dice “non sono piccolezze” non credo che sia una questione se il singolo problema, il singolo tema e’ piccolo o grande: quello che non e’ una piccolezza ma e’ di grande importanza e’ appunto il fatto se c’e’ o non c’e’ un clima di comunicazione, questo e’ comunque importante. Tutto cio’ che si puo’ fare per favorirne la crescita e’ da fare.
Intervento: A livello di chiesa ritengo utile che ci sia un luogo che offra, come questa sera, la stessa liberta’, luoghi non deputati al solo funzionamento dell’istituzione. Poi credo che la chiesa non sia una democrazia, ma debba essere “piu’” di una democrazia, non di meno, e’ comunione, va oltre. Poi dovremmo sapere che il principio di autorita’ e’ diverso, una cosa sono i documenti del concilio, una cosa le encicliche, le lettere pastorali del vescovo, il vescovo che risponde ad un giornalista… bisogna essere consapevoli delle diverse gradazioni.
Intervento: ritornando alla comunicazione all’interno della chiesa stasera e’ emersa la complessita’, perche’ l’informazione e’ molto importante ed e’ uno strumento di potere tutt’altro che secondario. Dare spazio a chi non la pensa come me e’ importante, su Avvenire trovo delle notizie ma altre cose devo cercarle su Adista, e viceversa se cerco certe notizie le trovo su Avvenire e non sul Corriere della Sera: c’e’ un uso del mezzo di comunicazione direi strumentale e a mio avviso questo, all’interno della chiesa, e’ peccato: e’ comprensibile che si agisca cosi’ e anche logico secondo le regole del mondo, ma non e’ Vangelo, nella chiesa tutti hanno il diritto di esprimersi, tutti, perche’ se credono in Gesu’ Cristo sono fratelli e hanno voce, dovremmo cominciare a ragionare anche su questo argomento, dobbiamo costruire un modo di fare informazione diverso, altrimenti questa non e’ la logica del Vangelo, dobbiamo riuscire a capire che qui c’e’ un errore, c’e’ un peccato. Cosi’ la voglia di tenere tutto compatto, di togliere tutte le sfumature, di negare le ragioni degli altri perche’ in quel momento li’ mi danno contro, e’ un peccato contro la Verita’, poi avro’ tutte le giustificazioni di questa terra ma nascondere le ragioni dell’altro per sostenere la mia e’ un peccato, questo succede in tutti ma quello che a me fa soffrire e’ che succede a noi senza che nessuno lo denunci e se ne accorga.
Don Severino: sono d’accordo, non avrei nulla da aggiungere su questo secondo intervento. Rispetto alla gradazione dell’autorita’ c’e’ un quadro istituzionale propriamente cattolico in cui i gradi dell’esercizio dell’autorita’ sono tutto sommato ben definiti, sia per il contenuto che per la gradazione delle istanze, e poi c’e’ un “costume” cattolico, per battuta dico che non ho paura dei papi ho paura dei “papisti”, un costume cattolico che tende ad amplificare a proprio vantaggio, non sempre in maniera volgarmente strumentale ma per mentalita’ e sensibilita’, per cui tutto sembra appiattito sul livello della massima autorita’, e questo non e’ corretto. Ricordo, per concretizzare, un corso di studi alla Gregoriana sull’autorita’ nel ’56, quando ero studente ancora prima del concilio, dove il professore di teologia morale per esemplificare portava, in latino, un caso: che autorita’ ha un articolo non firmato dell’Osservatore Romano? Risposta: ha l’autorita’ di un giornale. Perche’ se il papa vuole esercitare la sua autorita’ mette la sua firma. Questo poteva essere detto da una cattedra della Gregoriana negli anni cinquanta mentre oggi il costume diffuso e’ diverso. Credo che l’apporto ad una maggiore precisione significhi il vero rispetto dell’autorita’.
La chiesa e’ piu’ di una democrazia? Credo che il punto vero della democrazia sia stato toccato nell’intervento precedente nella citazione di Amartya Sen: una cosa e’ la questione delle istanze decisionali, come si perviene concretamente alla fine, nel momento in cui si deve proprio decidere, il modo con cui si elaborano gli strumenti adatti, ma pero’ cio’ non vive nell’isolamento: che cosa c’e’ prima? Che cosa c’e’ dopo? Ad esempio anche in teologia, e’ in corso da un anno e mezzo una serie di studi sulla “recezione” del ConcilioVaticano Secondo nella Diocesi di Milano e in alta Italia in genere, perche’ anche il concilio ha la sua autorita’ ma poi cosa di fatto nella storia della chiesa accade? Non si tratta come di una legge dello stato promulgata dove se non la rispetti vai incontro a sanzioni, ma per la chiesa si tratta della crescita della vita della comunita’ globalmente intesa, per cui anche se l’autorita’ al suo massimo grado si esprime il discorso non e’ chiuso. Quando accennavo alle lacune dell’ordinamento canonico pensavo al livello piu’ strumentale, per esempio il problema della nomina dei vescovi e’ senza dubbio una questione aperta, anche da noi potrebbe esistere la stessa prassi della chiesa cattolica orientale, dove invece sono i vescovi locali che nominano i vescovi, resta un discorso aperto; sul piano del dialogo libero credo che non sia tanto importante che esista un “luogo” dove istituzionalmente si fa, perche’ un luogo come questo (stasera) e’ importante, bisogna cercare di metterlo in circolo il piu’ possibile, anche perche’ ho l’esperienza dei consigli pastorali che a livello parrocchiale, se il parroco intende farlo funzionare puo’ avere un bel valore, a livello diocesano, ne faccio parte da tempo, non vedo che rappresenti molto perche in realta’ poi le questioni che vengono discusse sono o di carattere generale o troppo dettagliate, per cui non di grande importanza. Un’esperienza che ho fatto due volte sono i “forum” della CEI, radunati ogni due anni, un centinaio di persone, con argomenti posti a tema e per due giorni in liberta’ uno dopo l’altro si interviene, nulla di trascendentale ma un livello minimo di pluralismo di opinioni.
Uno dei rischi che deploriamo in altri puo’ diventare pericolo anche nostro, uno di questi e’ quello di puntare immediatamente sul successo della mia azione: il signor x fa una certa cosa, io gli dico che e’ fatta male e vorrei che lui il giorno dopo dicesse “si’, e’ fatta male, non lo faccio piu’”, a quel punto io sono come lui, tutto sommato; la linea non e’ il silenzio rassegnato e imbelle ma e’ la perseveranza nel portare avanti certe idee con la speranza e la fiducia, anche “di fede”, che se l’ispirazione evangelica che mi muove e’ vera e autentica portera’ il suo frutto, io credo questo. E’ facile che si cada nei due estremi, o la pretesa di ottenere immediatamente o la resa.