STRANIERI E COMUNITA’: INTEGRAZIONE O DISINTEGRAZIONE?
Appunti serata 26/03/09
L’ avvocato Marco Cavicchioli ha denunciato i vincoli legislativi a cui gli immigrati sono soggetti, con il paradosso che il diritto italiano pone piu’ problemi a chi vuole porsi all’interno delle regole rispetto a chi delinque, l’immigrato e’ un soggetto debole, non gode dei diritti di un cittadino normale: la normativa sui rinnovi ogni due anni dei permessi di soggiorno, inutile e vessatoria per chi lavora regolarmente ed ha una famiglia, la mancata distinzione tra reati gravi e meno, la non esistenza della presunzione di innocenza, l’impossibilita’ di avere la sospensiva e di ricorrere, non esiste un profilo forte di diritto di famiglia per gli immigrati.
Per Marco Parisi, vicepresidente della Caritas di Novara, abituato ad andare in giro fra platee di gruppi giovanili parrocchiali, “la maggior parte leghisti”, come ha confessato, l’immigrato e’ in grado di mostrare le contraddizioni della societa’ dove si dirige. I dato demoliscono alcuni stereotipi: non esiste l’assedio dell’islam: la maggior parte dei migranti sono cristiani (cattolici, ortodossi,…), il 30% musulmani; per limitare l’irregolarita’ (il termine clandestino non ha senso) bisogna stimolare l’immigrazione regolare, cioe’ legiferare per creare le possibilita’ di una cittadinanza effettiva e rendere meno conveniente, per chi non delinque, essere fuori dalle regole; per chi delinque deve valere la certezza della pena come per i cittadini italiani, ma questo e’ un problema anche per qualsiasi italiano, al di la’ di essere immigrato; l’Italia ha il tasso di naturalizzazione piu’ basso d’Europa, cioe’ non riconosce la cittadinanza mentre il fenomeno migratorio comunque crescera’. Ha denunciato le contraddizioni che non riusciamo a capire: la sindrome dell’accerchiamento (dai barconi arriva il 15% dei migranti, il resto entra con il visto turistico), l’incapacita’ di capire che tornare a casa per un migrante e’ una sconfitta ed e’ forte la motivazione a restare qui, la societa’ civile ha una visione dei migranti che oscilla tra l’utililtarismo (governiamo i flussi fino a quando determinata forza-lavoro e’ utile) e il pietismo (considera il migrante come povero), mentre i migranti non sono poveri, ma hanno tassi di istruzione, autoimprenditorialita’ e competenze superiori alla media dei loro paesi di origine, in Italia non abbiamo riflettuto a fondo sulla “nostra” immigrazione interna ed esterna.
I motivi dell’inconsistenza delle tesi leghiste della minaccia dello straniero sono di diversa origine e variamente documentati: - intellettivi (ogni invenzione e’ frutto della differenza, ci dimentichiamo che la diversita’ e’ una risorsa in natura) – genetici (incrocio con gli altri rende l’uomo piu’ forte) – demografici (i tassi di natalita’ sono necessari per mantenere un paese) – emozionali (il fatto di erigere dei muri di protezione richiede sforzi ed energie che se impiegati per costruire convivenza rendono di piu’)
Il significato di integrazione si e’ svuotato. Non vi sono fondi sufficienti: in Germania 750 milioni di euro, corsi di lingua obbligatori, in Spagna 300 milioni di euro, in Italia 100 milioni, secondo Caritas alla fine sono 5 milioni di euro. No integrazione ma convivenza “vita insieme con struttura, leggi, regole” partecipata”ogni persona partecipe del bene comune”.
Trarre spunto dalle posizioni della Lega per riflettere su quale e’ il rapporto con l’immigrato irregolare. Dal punto di vista ecclesiale non e’ ammissibile che ogni gruppo di solidarieta’ sia anarchico, ma arrivare ad un percorso unico e condivisibile.
Prospettive culturali:
dal punto di vista identitario oggi o sei italiano o sei di un altro paese, ma la logica dell et et non vuol dire negare la propria identita’. La logica della molteplicita’ delle identita’, unire senza confondere, distinguere senza separare.
Dal punto di vista sociale in prospettiva il regime concordatario e' superato, non si fa un concordato con tutti ma leggi valide per tutti.
In questo modo non si governa l’immigrazione, non facciamoci imbrigliare da questa strategia della minaccia.
Su questo parte della gerarchia ecclesiale e’ miope, non si rende conto della secolarizzazione.
Per il folto pubblico intervenuto alla Casa dei Popoli e delle Culture di Biella giovedi’ 26 febbraio e’ stata una serata all’insegna della critica agli stereotipi sull’immigrazione: incontro fortemente voluto dall’associazione Piazza d’Uomo preoccupata per l’assordante silenzio sul tema che da tempo sale dalla chiesa locale e da parte della societa’ civile.
Marco Cavicchioli, avvocato, ha tracciato il quadro dei vincoli legislativi a cui gli stranieri devono sottostare, portando una casistica tutta biellese, che raramente traspare dalle allarmanti cronache locali. Il paradosso del diritto italiano oggi e’ quello di porre piu’ problemi a chi vuole restare all’interno delle regole rispetto a chi delinque: la scadenza dei due anni per il rinnovo dei permessi di soggiorno e’ inutile e ha conseguenze pesanti per chi lavora regolarmente ed ha una famiglia; la mancata distinzione tra reati gravi e fatti lievi crea assurde situazioni di rimpatrio; il non riconoscere la presunzione di innocenza e l’impossibilita’ di avere la sospensiva generano gravi squilibri, senza dimenticare il basso profilo del diritto a tutela dei minori e delle famiglie immigrate.
Per Marco Parisi, vicepresidente della Caritas di Novara, abituato ad incontrare platee di gruppi giovanili parrocchiali, (come ha confessato “la maggior parte leghisti”), l’immigrazione fa emergere le contraddizioni delle societa’ che ospita. I pochi dati disponibili smentiscono i luoghi comuni: non esiste l’assedio dell’islam (la maggior parte dei migranti sono cristiani), per limitare l’irregolarita’ (il termine clandestino non ha senso) bisogna stimolare l’immigrazione regolare, cioe’ fare leggi per dare una cittadinanza effettiva e rendere meno conveniente stare fuori dalle regole; per chi delinque deve valere la certezza della pena, italiano o immigrato che sia; da noi vi e’ il tasso di naturalizzazione piu’ basso d’Europa, perche’ l’Italia non riconosce la cittadinanza se non dopo molti anni, mentre il fenomeno migratorio comunque crescera’e richiederà sempre più integrazione.
Il dibattito ha messo in luce altre importanti questioni come la scarsa riflessione tutta italiana sulle “nostre” storie di immigrazione, la difficolta’ a capire la mentalita’ dei migranti nel non volere rientrare al loro paese e restare qui, il peso delle identita’ nazionali e religiose nel percorso di convivenza.