Biella 3 aprile 2009
“MEDIA E TERRITORIO: COMUNICAZIONE NEL BIELLESE TRA LOCALE E GLOBALE”
Associazione Piazza d’Uomo
(trascrizione non rivista dai relatori)
Enrico Zegna, Piazza d’Uomo:
Piazza d’Uomo e’ un gruppo di cattolici, aggregatosi un paio di anni fa, con l’obiettivo di dare un contributo di animazione e di contenuti al dibattito e alla ricerca ecclesiale locale, motivo di fondo e’ quello di stimolare la nascita di una opinione pubblica anche all’interno della Chiesa Cattolica.
In questi due anni abbiamo lavorato attraverso l’apertura di un blog e attraverso una serie di incontri su alcune tematiche: la teologia del laicato, l’accoglienza dello straniero, le questioni bioetiche.
Lo scorso anno abbiamo iniziato una riflessione sulla comunicazione, siamo partiti da una situazione concreta, ci siamo chiesti come i mezzi di informazione, anche locali, di ispirazione cristiana possano avere uno stile e una gestione che tragga spunto da cio’ che e’ all’origine della nostra fede: questo tema verra’ sviluppato nei prossimi mesi con una serie di altri appuntamenti.
Questa serata ha l’obiettivo di mettere intorno al tavolo sia chi lavora nel mondo dei media locali, sia chi di questi media fruisce, e sia chi nel proprio piccolo, a partire dal proprio angolo visuale, contribuisce con una attivita’ sociale, culturale, politica. Abbiamo l’impressione che il problema della mediazione, del dialogo sia una questione che non riguardi solo il contesto ecclesiale ma tutto il territorio biellese, ci siamo posti questa domanda: come in un territorio come il nostro i media esistenti rappresentano la realta’, come la interpretano, che tipo di mediazione offrono tra il livello locale e il livello piu’ ampio. E’ una domanda difficile: le persone che abbiamo invitato questa sera quando hanno visto il tema dell’incontro hanno detto “Come si fa a discutere di questo?”, e’ un tema ampio, sul quale ognuno ha una propria esperienza ed un punto di vista.
Poi questa domanda apre ad altri problemi: la questione dell’opinione pubblica, esiste? quali sono le aspettative dei lettori?, quali sono i vincoli dei mezzi di comunicazione, le proprieta’, i bilanci, le radici culturali; poi c’e’ un problema legato alla societa’, alla crisi, alle conseguenze e ai cambiamento che il momento che stiamo vivendo opera su tante dimensioni del nostro vivere; ci sono poi dei problemi legati alla democrazia, ad una forma di consenso o di partecipazione, e i mezzi di comunicazione locali contribuiscono in una direzione o in un'altra o in entrambe.
Quello di questa sera e’ l’inizio di un percorso, metteremo in rete i contenuti emersi, ci saranno altri incontri in futuro. Questo e’ lo spirito del gruppo Piazza d’Uomo: aprire dei varchi, aprire dei dialoghi, degli spazi di comunicazione, quindi siamo certi che questa sera non usciranno risposte definitive su questo tema, speriamo che nasca pero’ un confronto, magari generatore di idee e iniziative.
Il ruolo del prof. Colombo, che insegna “Teoria e tecnica dei media” all’Universita’ Cattolica di Milano, e’ quello di fornire una griglia di interpretazione e di stimoli sulla questione mediazione, territorio, realta’ globale.
Fausto Colombo:
Ho accettato di venire perche’ sono curioso di ascoltare piu’ che di parlare, non ho la pretesa di tratteggiare cio’ che riguarda il “vostro” territorio, ma alcune questioni generali che riguardano il rapporto tra media, territorio e democrazia a partire da un punto di vista. Undici anni fa ho scritto un libro che si chiama “La cultura sottile” (Bompiani) che e’ la storia dei media italiani, mi ero concentrato sulla nascita dell’industria culturale italiana da circa la meta’ dell’ottocento fino agli anni ’50 sfumando sul periodo successivo: adesso sto progettando la continuazione di questo libro e provo a socializzare alcuni temi alla luce della questione dell’opinione pubblica.
Mi faccio aiutare per definirne il concetto da un autore che e’ Jurgen Habermas, che ha scritto un testo importante alla fine degli anni ’60 che si chiama “Storia e critica dell’opinione pubblica” (Laterza): l’opinione pubblica nasce nel 700/800 a seconda dei paesi con la nascita dei giornali in senso moderno, il sistema politico e’ ancora assolutista, e’ nato lo stato nazionale ma solo poche classi detengono il potere, la borghesia comincia a rivendicarlo e introduce questo elemento di grande innovazione che e’ il dibattito pubblico. Dove avviene? In primis sui giornali, che non sono cio’ che saranno dopo, cioe’ un posto dove qualcuno e’ specializzato nello scrivere e qualcuno nel leggere, ma erano dei giornali dove quei pochi che scrivevano leggevano e quei pochi le leggevano scrivevano, un luogo di scambio (cito questo perche’ non vi sara’ difficile vedere un legame con cio’ che oggi e’ la rete, i forum, cio’ che si chiama wikimedia). E poi il dibattito pubblico si fa nel territorio, cioe’ nei salotti e nei caffe’.
Che cosa avviene attraverso questo processo? Da li’ lentamente nasce la democrazia come noi la intendiamo, l’opinione pubblica e’ il luogo dove nasce la democrazia, dove non c’e’ opinione pubblica non c’e’ la democrazia come l’abbiamo intesa per molto tempo.
Sono partito da questa definizione e mi sono trovato davanti ad una questione molto dibattuta: ma quand’e’ che in Italia le cose hanno cominciato a cambiare nel modo in cui intendiamo oggi la democrazia, in uno scenario che riguarda quasi tutte le democrazie occidentali?
In primo luogo quando nasce un sistema di media completamente diversi, che sono i cosiddetti media di massa. E’ noto che i totalitarismi non sono pensabili senza la radio, e neanche senza il microfono: e’ difficile pensare al successo di Mussolini, al discorso di Brindisi per esempio, senza la radio (.. italiani io vi dico che davanti a questo mare …) perche’ non conta tanto quello che si dice ma conta la ritualita’, la tonalita’, i media hanno sempre una relazione con il tipo di societa’ in cui si trovano e viceversa. Quello che segna le grandi democrazie occidentali nel dopoguerra e’ la televisione, e’ vero che la televisione nasce allora, ma e’ vero che in Europa per molto tempo i sistemi televisivi non sostituiscono i tradizionali media ma si integrano con essi, perche’ sono sistemi gestiti dallo stato, sono monopolisti, riducono volutamente la portata del loro intervento. La grande rivoluzione avviene quando i sistemi monopolisti cadono, (voi qui siete testimoni perche’ proprio da una emittente biellese nasce tutto il complicato processo che porta poi al superamento del monopolio). Nasce la televisione commerciale, nasce il sistema misto, nasce un modello televisivo fortemente basato sui consumi, la pubblicita’, ecc. e nel frattempo che cosa sta succedendo? Siamo tra gli anni ’70 e gli anni ’80 e il paese e’ attraversato da una violentissima crisi, stiamo uscendo da una crisi economica molto forte, soprattutto la politica affronta una crisi determinante, qualche flash: 1978 il caso Moro, alla fine degli anni ’70 un presidente della repubblica e’ costretto a dimettersi da un grave scandalo, viene sostituito da un nuovo presidente, Sandro Pertini, che ha cambiato il quadro di una politica italiana e che viene eletto con lo scopo di riavvicinare le istituzioni ai cittadini. A rileggere i documenti questo e’ molto chiaro, Pertini lo fa in un modo molto interessante, che meriterebbe di essere studiato: e’ un presidente della repubblica, la piu’ alta istituzione dello stato, e quando parla dello stato ne parla come se lui non lo rappresentasse, va in Irpinia dopo il terremoto e dice “Lo stato e’ in ritardo”, il suo lavoro di mediazione con i cittadini consiste nell’essere una persona che usa i media, pensate al caso Vernicino, per essere vicino ai cittadini, non come istituzione, ma come persona. Con lui comincia quel processo di personalizzazione della politica e di uso della televisione da parte della politica che non si interrompera piu’. Come mai? Perche’ la politica non ha piu’ un luogo. E quale era il luogo della politica? Era il territorio: non c’era paese, citta’ in cui non ci fossero sezioni dei partiti, che erano un luogo molto forte di scambio, un filtro dalla periferia al centro, un processo osmotico importante. Questo processo si interrompe, la politica non ha piu’ un territorio, e cosa fa? Rincorre i cittadini dove li trova, non dimentichiamo che gli anni ’70 sono drammatici dal punto di vista della fiducia nello stato (un altro episodio di Pertini e’ quando dopo la strage di Bologna arrivano per i funerali i maggiorenti dello stato, la folla fischia e c’e’ questa scena del gesto di Pertini che placa la folla, non era “l’istituzione buona”, ma era qualcuno che stava nelle istituzioni suo malgrado). Comincia qui una lunga storia, che sappiamo a cosa porta ma che inizia ben prima dell’ingresso in politica di un proprietario di televisioni, comincia quando la politica manda i politici in televisione a fare delle sceneggiate, a farsi sbeffeggiare, a farsi intervistare in modi particolari, un maestro di questo e’ Costanzo, c’e’ una famosa intervista di Costanzo ad Andreotti in cui l’intervistatore non affronta nemmeno una questione politica, personalizza, si cerca di avvicinare il personaggio. Ma naturalmente in questo gioco di svuotamento del territorio, per cui la politica non si fa piu’ li’ ma si fa in televisione, il ruolo del cittadino cambia profondamente. Innanzitutto il cittadino diventa raggiungibile attraverso la televisione, quindi in fondo e’ uno spettatore a cui ci si rivolge: bisogna aggiungere che da un lato la televisione e’ extraterritoriale, cioe’ quello che si vede li’ non necessariamente deve avvenire da qualche parte e puo’ essere uguale dappertutto, la sua provenienza territoriale e’ irrilevante, d’altro lato sappiamo bene che le tv locali cominciano a sfidare i media locali, che sono sempre stati i giornali e che hanno sempre resistito, proprio sul territorio, raccolta pubblicitaria, ecc., esiste anche sul territorio la concorrenza tra media diversi, ma quello che conta e’ il grande scenario nazionale in cui tutti i cittadini sono raggiunti dalla televisione e tutta l’opinione pubblica si fa in tv. Sto estremizzando, voglio essere chiaro, ma voglio anche precisare che quando si parla di opinione pubblica in televisione non se ne puo’ parlare nel senso a cui allude Habermas, perche in tv la separatezza tra lo spettatore e il produttore e’ nettissima. La crisi del territorio e la trasformazione del mezzo dominante favorisce quel processo che viene chiamato oggi da studiosi di diversi paesi il passaggio da una democrazia della rappresentanza a una democrazia del consenso, vogliamo dirla in modo molto semplice? Il cittadino non viene interpellato nei processi di discussione e di messa a fuoco dei problemi, ma gli viene chiesto sostanzialmente di far pesare la bilancia da una parte o dall’altra, il modello di comunicazione politica diventa il modello elettorale, dove io chiedo un voto, o per me o per l’altro. Questo passaggio che sta avvenendo nei paesi occidentali e’ un processo complesso e ha i suoi rischi, per esempio la professionalizzazione del ceto politico, non e’ un mistero che viviamo in un paese in cui nella legge elettorale nazionale non ci sono le preferenze, questo consegna nelle mani dei vertici dei partiti un elemento forte e dall’altra accentua l’idea che io non voto per una persona che mi rappresenta, ma per un gruppo, per una idea, per uno slogan, per un marchio e gli delego.
Ho visto l’altro giorno una cosa interessante presentata da Nando Pagnoncelli ad un convegno recente alla Cattolica, ha presentato i dati sul consenso al governo italiano durante il caso Eluana Englaro: posti davanti alla domanda “chi ritenete che debba decidere in casi come quello di Eluana Englaro” il 75% della popolazione dice “la famiglia”; quindi dobbiamo supporre che l’atteggiamento insistito del governo e della chiesa a favore di una legislazione d’urgenza che deprivasse la volonta’ del padre, sancita anche da una sentenza ecc. facesse “cadere” il consenso del governo.. l’altro dato che presentava Pagnoncelli e’ che monitorando il consenso del governo questo fosse assolutamente immutato. Questo significa che io posso essere in disaccordo anche su una questione rilevante, da un certo punto di vista, ma cio’ non intacca il mio consenso perche’ questo e’ dato per delega, non una volta per tutte, ma con un tempo di consegna lungo.
Questa e’ la democrazia della delega e non e’, voglio dirlo con molta nettezza, colpa dei politici, forse non e’ neanche una colpa, ma e’ una trasformazione che si basa sulla crisi di affidabilita’ della democrazia. Ho l’impressione che davanti alla complessita’ e alla lentezza dei processi decisionali, perche’ per decidere delle cose in tanti ci si mette un sacco di tempo, discutere ci fa perdere molto tempo, quindi io delego. Questo succede da noi, succede in Francia, in Germania, negli Stati Uniti da molto piu’ tempo, e’ un processo studiato e chiamato in molti modi.
Quale e’ il fattore di crisi in questo momento di questo processo?
E’ che i media stanno cambiando di nuovo, e che esiste una crescente presenza di “grass roots media” (come dicono gli inglesi “che spuntano dal terreno..” come l’erba), media di base diremmo, se la cosa non avesse un certo suono “fanè”. Questi media privilegiano la comunicazione orizzontale, privilegiano la discussione, c’e gente, lo dico banalmente, che perde un sacco di tempo a discutere, a commentare i blog, su facebook e non si fa scappare, (questa popolazione di qualche milione di cittadini, che non sono maggioritari ma sono comunque tanti) una occasione per discutere, soprattutto dei grandi temi, ma interviene con una passione e si sente drammaticamente esclusa dai processi decisionali, cerca di intervenire ma spesso non ci riesce, perche’ i media sono sempre media, cioe’ “mediano” tra la realta’ e me, attraverso la mia conoscenza, mediano e non agiscono direttamente, quindi spesso questo si traduce in frustrazione.
Il territorio allora: io sono colpito da come la provincia abbia enormi risorse, ma in questo processo abbia subito una trasformazione che provo a dirvi nel minuto che mi resta. L’Italia e’ sempre stato un paese di provincia, il fatto che ci siano due grandi metropoli, che hanno la dimensione e la forma della metropoli contemporanea, non significa nulla, noi siamo un paese di provincia: la storia d’Italia l’hanno fatta dei soggetti che sono nati in provincia, soprattutto la storia della cultura. La provincia ha regalato per oltre un secolo al centro, al paese, le sue migliori risorse. Il sistema osmotico dei media tradizionali, a cominciare dai media locali, favoriva questo processo, la distribuzione territoriale dei partiti favoriva questo processo, faceva nascere una specie di selezione che avveniva sul territorio (pensate alla storia grandiosa di alcuni licei di provincia): questo processo ad un certo punto inizia ad asciugarsi. Ad esempio da questo punto di vista la crisi della scuola e’ importantissima, la crisi dei modelli, perche’ mai uno dovrebbe fare fatica a studiare e fare l’intellettuale se poi questo lavoro e’ deprezzato, un po’ schernito, messo in crisi: i modelli sono altri e la televisione ha portato avanti per molto tempo un sistema di progressiva sostituzione. Fateci caso, per andare in televisione come intellettuale una volta prima facevi la tua carriera, come intellettuale, e poi venivi chiamato, oggi ci sono sistemi piu’ semplici, cito due esempi: Vittorio Sgarbi e Giampiero Mughini. La cosa interessante che sta succedendo in questo momento e’ la nascita di nuove forme intellettuali che non vengono piu’ dalla visibilita’ televisiva, ma non vengono neanche dalla tradizionale accademia, e nascono su quel particolare territorio che e’ la rete.
La cosa con cui chiudo e’ questa: la mia tesi di fondo e’ che i media virtuali abbiano piu’ possibilita’ di ancoraggio sul territorio di qualunque media precedente, che l’interazione tra la rete, i blog, i forum, facebook, ecc.. e il territorio fisico sia una grandissima opportunita’. E’ pur vero che io su facebook posso incontrare un sacco di gente in giro per il mondo, ed e’ pur vero che la prima cosa che uno fa quando va su facebook e’ cercare i suoi compagni di scuola. Questo legame molto forte mi dice quanto quello sia uno spazio tutto da esplorare per riattivare il peso del territorio: il confronto tra questi nuovi mezzi e i tradizionali media locali, ma in generale anche i tradizionali media nazionali, e’ per ora ancora problematico, non nel senso che i tradizionali media non si siano adeguati, hanno tutti la loro pagina web, hanno i blog dei giornalisti.., ma capite la bizzarria di avere sul giornale un giornalista che tiene un blog per il giornale per cui lavora… ma il blog nasce come strumento indipendente e individuale, o ,tuttalpiu,’ collettivo al di fuori dei media tradizionali, per carita’ e’ legittimo quello che fa il Corriere o Repubblica, ma e’ tutta da esplorare questa comunicazione indipendente, che si occupa di problemi molto seri, e i media tradizionali.
Roberto Azzoni, direttore di “Eco di Biella”
Una cosa interessante che ho sentito e’ che il territorio, come il nostro, che si esprime con tanta carta stampata, perche’ e’ un caso particolare, a se’, che ha fatto scuola, con settimanali, un quotidiano, radio, anche tv e internet, ha avuto modo di crescere e sviluppare tutta una forma di comunicazione importante. Per stabilire una relazione con quello che diceva il professore mi e’ venuto da pensare a questa novita’ legata ai blog e a queste nuove forme di comunicazione: in sala abbiamo uno dei piu’ importanti informatori della nuova generazione, Gamaz, che con il suo “arcangelo” e’ un importante informatore, fa concorrenza in modo stringente ai giornali, passa per essere uno che l’informazione la fa davvero mentre i giornali non la fanno piu’, e questa e’ una provocazione importante per rendere il dibattito piu’ attento e vivace.
Registro anche la necessita’ di chi fa blog di relazionarsi con i giornali, tanto e’ che, non so se i colleghi sono d’accordo, questa evidenza si vede: chi poi fa informazione con il blog tenta di avere anche un suo spazio sul giornale, perche’ avverte che il suo blog e’ vero che e’ uno spazio importante di discussione, ma poi diventa sterile rispetto alla capacita’ informativa sul territorio stesso. Io avverto questo poi non so come ci si possa muovere intorno a questo fenomeno e sono interessato a sentire quello che succede.
Silvano Esposito, direttore de “Il Biellese”
Rispetto alla citazione di Habermas che l’opinione pubblica nasce intorno al sette-ottocento con la nascita dei giornali forse c’e’ qualcosa che e’ successo anche prima, quando l’invenzione dei caratteri mobili della stampa abbinata alla riforma protestante ruppe quella diga del monopolio della conoscenza che nella societa’ feudale era affidata esclusivamente al clero, consentendo una interpretazione della bibbia non direi piu’ popolare, perche’ si trattava sempre di una piccola minoranza di popolazione che sapeva leggere e scrivere, ma comunque apriva un processo da cui e’ nato tutto quello che e’ venuto dopo, quindi anche i giornali.
Ritengo che bisogna fare delle distinzioni tra i vari tipi di media, tecniche, direi quasi tecnologiche, su l’utilizzo dei media e il livello di comunicazione che si puo’ fare con essi, perche’ sono molto diversi. Ad esempio il modello matematico della comunicazione, quello di Shannon e Weaver, quello che parla della comunicazione come un processo che si svolge tra un emittente, un codice, un canale e un ricevente, e’ stato poi rielaborato con l’introduzione del feedback, che ha trovato oggi la sua massima applicazione nella interattivita’ della rete. Quindi bisogna valutare quali sono questi mezzi, sicuramente questo modello matematico e’ piu’ applicabile ad un media come la televisione: non a caso la televisione nella societa’ contemporanea e’ quella che e’ riuscita a costruire anche un vissuto, immaginario, al di la’ della esperienza diretta degli individui, su fatti magari che gli individui non hanno vissuto direttamente. Una posizione sicuramente piu’ passiva che ha annullato i concetti di spazio e di tempo, non nella sua fruizione, e che vede lo spettatore piu’ passivo nel fruire il flusso di comunicazione.
Diverso e’ quello che puo’ essere fatto con altri media, non parliamo di internet, anche se non considero internet un vero e proprio media, perche’, lo dice la parola stessa, media necessita di una mediazione e su internet non c’e’ questa mediazione: si puo’ attingere direttamente alle informazioni cosi’ come la si trova in natura, e quindi non si puo’ parlare di vera e propria mediazione.
Diverso e’ il caso, e qui vengo al punto, dei giornali locali: Biella e’ una realta’ particolare da quest’ottica, con tre giornali bisettimanali e un edizione locale della stampa, quindi con un canone di periodicita’ ottocentesco, se andiamo a vedere, perche’ in Piemonte non ci sono i quotidiani provinciali. A Biella non hanno attecchito i media piu tecnologici, la radio, la televisione, nonostante sia nata qui: c’e’ un particolare affezione alla carta stampata che e’ tipica del prodotto che, ognuno nelle sue peculiarita’, elabora nei nostri giornali. Il mio e’ un giornale cattolico e viene dalla tradizione che e’ quella di un grande direttore, Oscar Lacchio, che si rifaceva alla scuola di Andrea Spada all’”Eco di Bergamo”, che era quella del giornale partecipato dove la comunita’ si rispecchiava nel suo giornale, noi siamo in un tipo di comunicazione dove c’e’ lo specchio dei cittadini, nel bene e nel male, con errori, sicuramente con approssimazioni, ma commerciamo un tipo di notizie sulla comunita’ locale che solo noi possiamo dare, che nessun altro media puo’ erogare. Forse occorre fare una distinzione ulteriore sia tra i tipi di media, sia al livello anche territoriale nel quale essi agiscono, questo evidenzia ulteriori peculiarita’ che possono affinare quella che e’ la ricerca di cio’ che stiamo discutendo questa sera.
Massimiliano Zegna, addetto stampa della Provincia di Biella:
Una tra le tante cose che mi hanno colpito dell’intervento del professore e’ che la provincia ha regalato le sue migliori risorse al paese: qui potremmo arrivare anche ad una contraddizione che abbiamo, penso a due risorse che abbiamo qui attualmente a Biella, Enzo Bianchi e la comunita’ di Bose e Michelangelo Pistoletto. A volte ci dimentichiamo della grandezza di questi personaggi: Pistoletto e’ stato a volte denigrato, e mi spiace che a questo ha contribuito anche il giornale “Il Biellese” amplificando con titolone l’accusa di un consigliere comunale sui contributi dati alla sua fondazione. Per quel che riguarda Bianchi si sono verificati dei fenomeni anche strani, Repubblica ha dedicato spazi ad eventi accaduti qui alla Comunita’ di Bose, ignorati dai giornali locali, c’e’ effettivamente un qualcosa, la mia e’ anche una autocritica rispetto alla difficolta’ a valorizzare le nostre risorse.
Un’altra riflessione e’ sulla affermazione del professore sulla crisi di affidabilita’ della democrazia, che mi pare un dato importante sul quale discutere: io sono nato con la carta stampata e mi sono poi anche convertito a internet perche’ vedo che questa e’ la vera rivoluzione del terzo millennio, la novita’, che mi pare anche il modo per superare questa crisi di affidabilita’, proprio perche’ c’e’ questa possibilita’ per tutti di scrivere, di esprimere opinioni e di stimolare anche la carta stampata. Mi sono stupito dei dati del portale della Provincia di Biella, dove si trovano servizi e notizie, dall’inizio dell’anno le visite ammontano a 133.000, i cosiddetti visitatori diversi sono 80.000 in tre mesi, il 30% in piu’ rispetto all’anno scorso, per arrivare a 2.140.000 pagine navigate: questi dati mi hanno colpito ed anche il portale di una piccola provincia puo’ essere utilizzato al meglio.
Sulla questione di quanto i nostri giornali rappresentano la comunita’ locale io credo che ne rappresentino “fette”, abbiamo una realta’ molto parcellizzata, forse si sta migliorando ma sono pochi i dibattiti, l’ultimo sulla crisi del tessile, organizzato dalla CGIL, con la partecipazione di UIB, Camera di Commercio, ecc. pero’ normalmente i dibattiti se sono organizzati da una certa associazione vedono la partecipazione dei rappresentanti di quella associazione, e cosi’ via: si parla molto di “fare sistema” ma poi in effetti c’e’ ancora strada da fare.
Marida Augusto, redazione di Mondocapovolto:
Noi siamo una realta’ anomala, nessuno di noi e’ un giornalista professionista, e ci poniamo come mezzo di informazione tra sito internet, associazione di volontariato e un prodotto editoriale che curiamo da due anni: siamo non solo volontari ma ci occupiamo di un argomento specifico che e’ quello della immigrazione. Mi viene da pensare che se le persone hanno molto successo utilizzando i siti internet, i blog, su facebook ho qualche dubbio, forse e’ perche i media tradizionali non sono piu’ sufficienti, c’e’ bisogno di conoscere di piu’; noi siamo in una posizione privilegiata perche’ siamo volontari, autonomi e liberi, non siamo soggetti alle dinamiche politico-economiche a cui devono sottostare i media tradizionali, abbiamo la possibilita’ di muoverci in maniera libera, decidiamo insieme i contenuti, siamo un gruppo aperto, ci rivolgiamo al territorio e ci piace pensarci come luogo di scambio, ci capita soprattutto quando diamo spazio alle storie delle persone, e questo e’ per noi un obiettivo, raccogliere la storie e dare un volto a chi oggi viene chiamato in maniera scorretta “clandestino” e vediamo che quando queste persone si rivolgono a noi e ci raccontano la loro storia per loro e’ importante poi vederma scritta, perche’ in qualche modo gli si rida’ una identita’, una dignita’ e questo per loro e’ molto importante.
Di immigrazione in particolare se ne parla molto ma forse se ne conosce ancora poco, il nostro giornale tenta di dare il nostro punto di vista sull’argomento e cerchiamo di approfondirlo.
Fausto Colombo:
E’ stato toccato per due volte un punto che non ho affrontato e che e’ molto importante. Mai come oggi il cittadino medio e’ al centro di flussi di comunicazione che sono localissili, locali nel senso di nazionali, e globali. Non e’ mai successo prima di avere questa commistione di flussi e di fonti di notizie e questa e’ la prima questione. Scommetto che tutti voi vi ricordate di cosa stavate facendo quando avete avuto la notizia dell’11 settembre, tutti quelli della mia generazione si ricordano di cosa stavano facendo quando hanno saputo di Moro. Ci sono degli eventi che ci arrivano con la stessa forza e la stessa rapidita’ degli eventi vicini a noi, e questa e’ la prima grande questione: in qualche modo voglio dire che anche la distinzione rigorosa tra i media nazionali e locali forse un po’ salta in quest’ottica, perche’ tutti hanno davanti tutto contemporaneamente.
C’e’ un altro tema, che e’ relativo ai contenuti, che voglio rilanciare: perche’ Habermas fa risalire al settecento la nascita dell’opinione pubblica? Perche’ allora si cominciava a parlare di argomenti che prima non erano ancora affrontabili, si rivendicavano come politiche delle questioni per esempio relative allo statuto familiare, all’ereditiarieta’ della famiglia, che prima riguardavano solo le classi aristocratiche. Poi con il processo di delega io non mi interesso piu’, ma il problema vero e’ che noi oggi abbiamo delle questioni che ci riguardano tutti che sono troppo importanti per “farle fare ai generali”, cioe’ per farle discutere solo ai padroni del vapore intellettuale: la questione della morte e del fine vita, la questione di quando nasce una vita, la questione del futuro ambientale non sono questioni irrilevanti, ci toccano tutti, ma sono questioni che sono per lo piu’ espunte dalla discussione, emergono quando viene fuori il fatto, e anche quando viene fuori il fatto non si riesce a fare una discussione argomentativi. Permettetemi una piccola osservazione: durante il caso Englaro ho monitorato i due forum di Repubblica e del Corriere ma devo dire che gli articoli sui forum erano peggio di qualunque articolo giornalistico, c’erano interventi da brivido, accuse senza senso, argomenti “ad personam”, ne cito due: “di che cosa si parla sul papa’ e la mamma di Eluana Englaro? Del fatto che non si sono piu’ occupati della figlia, la madre di Eluana non e’ neanche li’ con lei…” Ma che argomento e’? Entro in un dibattito dove si dice bianco e nero e uno dice all’altro “cosa parli tu che sei daltonico, o cosa parli tu che non sei onesto”, questi sono argomenti ad personam, si svaluta l’avversario. Oppure sull’altro fronte “Berlusconi appoggia la legge sulla vita ma sappiamo da una dichiarazione di Veronica Lario che i due hanno abortito un figlio malformato dunque di cosa parla a fare?” Nel dibattito contano le argomentazioni, la peggior persona del mondo puo’ sostenere una tesi assolutamente giusta e la peggior persona del mondo puo’ sostenere una tesi assolutamente sbagliata: la democrazia si e’ fondata per molto tempo sul fatto che ci si battesse per trovare una soluzione che convincesse la maggioranza, se trasformiamo il dibattito in uno scontro di tifi opposti questo si basa solo su aspetti emotivi e non su argomenti razionali.
Sto dicendo che oggi abbiamo a disposizione un bacino enorme di discussione, che possiamo far affluire un numero di persone senza precedenti alla discussione pubblica ma questa discussione pubblica e’ valida solo se qualcuno insegna a usarla, se si da in prima istanza l’esempio di come si discute un argomento, per esempio non insultandosi reciprocamente, ma argomentando le proprie opinioni. Un anno fa ho litigato ferocemente con il direttore di Avvenire perche’ lui mi diceva “A volte non pubblico le lettere che sono contro la linea ufficiale del mio giornale perche’ se le pubblico vengono strumentalizzate dalla stampa laica che dice: vedete, i cattolici sono divisi”. Come ho detto in quella occasione pubblica, e ribadisco qui, se io faccio cosi’ cancello l’idea che sia possibile un dibattito e trasformo tutto in tifo.
Quindi riassumo due cose: 1 - c’e’ una radicale trasformazione dei contenuti, persino il media locale e’ autorizzato a parlare di grandi temi globali, temi che fino a ieri non sono stati temi di opinione pubblica, semplicemente perche’ non c’erano, - ad esempio la questione della morte e della vita con la trasformazione odierna delle tecniche mediche non era un tema in passato, si nasceva e si moriva e si capiva cosa volesse dire; 2 – esiste un enorme problema, tutte queste risorse di discussione sono inutili se vengono trasformate in risorse di rissa piu’ o meno verbale, discutere e’ una cosa seria ma bisogna imparare a farla bene, si discute dentro ad un dialogo e il dialogo presuppone il rispetto delle opinioni dell’altro, che non vuole dire ovviamente che io pensi che le mie siano di default sbagliate, ma il dialogo e’ questo, e’ cercare una processo di convinzione.
Alessio Guarnieri, Grilli Biellesi:
Grazie per l’invito, quando lo abbiamo ricevuto abbiamo discusso su quale fosse l’approccio migliore per affrontare la tematica: la verita’ e’ che ci abbiamo messo un pochino per arrivare ad un discorso che potesse cominciare e finire. Ascoltare le parole del professore prima e gli interventi successivi ha semplificato le cose perche’ ha aperto delle strade di cui avremmo voluto parlare questa sera. La prima e’ la comunicazione attraverso la rete, noi siamo nati da un social-network e poi abbiamo mutato nella forma della associazione di volontariato; l’altro tema che viviamo in prima persona, e che ci ha spinto a decidere di impegnarci in prima persona e’ stato proprio il rapporto con i media, non solo locali: abbiamo capito che la nostra funzione poteva essere incentrata piu’ sul locale e meno incentrata sulle tematiche complessive italiane. L’utilizzo della rete per la comunicazione e’ per noi un principio fondamentale, anche per passare da un discorso virtuale a un discorso pratico, costruire una tipo di informazione ma, come diceva anche il professore, aprire un dialogo. Lo abbiamo fatto con gli strumenti che sono gia’ stati citati questa sera, lo facciamo tuttora quando decidiamo di organizzare una serata, piuttosto che una raccolta firme, mandiamo dei comunicati attraverso facebook, usiamo myspace, usiamo newsletter, mezzi cioe’ che danno la possibilita’ di allargare il bacino di utenza arrivando in modo alternativo perche’ danno poi la possibilita’ di interagire con noi, creando di conseguenza questo dialogo che apre molte strade. Come gruppo siamo nati da questo rapporto con i media, piu’ su scala nazionale, con un rapporto soprattutto di sfiducia, abbiamo tutti osservato il cambiamento del mondo dei media di cui ha gia’ parlato il professore, osservandolo con il punto di vista della nostra generazione, e trovando dei punti di discordanza con il nostro modo di intendere e fare informazione.
Ci siamo messi in prima persona per creare una forma alternativa anche a livello locale, in modo da affrontare temi di larga scala nella nostra realta’.
E’ stato detto che internet tende a non essere un media in quanto manca la mediazione, cio’ che abbiamo osservato utilizzando la rete e’ che internet in realta’ si regola da se’, per fare un esempio si puo’ pensare a wikipedia, un filtro collettivo con una origine dal basso.
Daniele Gamba, newsletter “L’Arcangelo”:
Salve a tutti, racconto un po’ la mia esperienza che parte da questa constatazione che le notizie che si possono raccogliere sui giornali locali non soddisfano, non c’e una possibilita’ concreta di esprimere le opinioni, i giornali non sanno raccoglierle, o per quantita’ o per qualita’ non la sanno raccogliere bene e veicolare, e non riproducono, o riproducono solo una comunicazione pre-impaginata degli enti locali, che invece si sono attrezzati per fare una comunicazione istituzionale molto finalizzata. In questo quadro potremmo dire che i partiti che una volta avevano la tendenza a orientare propri giornali preferiscono, occupando le amministrazioni, utilizzare i mezzi che queste hanno a disposizione nel campo e veicolare con questo la sostanza: “noi siamo buoni amministratori e buoni politici e ve lo comunichiamo attraverso le istituzioni”. Tant’e’ che e’ verificabile quasi tutte le settimane che il comunicato emesso dall’ASL anziche’ dalla Provincia viene utilizzato con il copia-incolla dai giornali locali che non si sforzano piu’, anche per problemi di produzione, perche’ per fare l’inchiesta ci vuole tempo, ed effettivamente molta e’ cronaca. Quello fanno e quello e’ insoddisfacente, c’e’ un pubblico che e’ insoddisfatto di quanto i giornali trattano sia come cronaca e non parliamo poi di opinioni, perche’ in quel campo li’ i media vogliono canalizzare l’opinione, giocano con i mezzi a loro disposizione in termini tecnici e culturali. Adesso noi possiamo fare il dibattito pero’ immaginate nel bipolarismo che le forze politiche e imprenditoriali possono trattare lo stesso argomento, con la stessa finalita’, pero’ differenziandosi: faccio l’esempio della caccia, in entrambi gli schieramenti ci sono pro e contro la caccia, quindi nessun politico prendera’ mai una posizione netta, perche’ e’ controproducente elettoralmente, e quindi i mezzi a disposizione delle due fazioni, distribuiti per categorie di potere economiche o politiche che hanno in mano l’informazione, tratteranno quell’argomento con accortezza, senza mai sbilanciarsi: la politica non prende piu’ parte. Una volta la politica prendeva parte e aveva l’interessa a far crescere culturalmente le persone e quindi tendenzialmente stimolava la controinformazione, adesso questo non avviene piu’.
Io , visto che i mezzi adesso lo consentono, produco un foglio che veicolo con una newsletter due volte la settimana e che raccolgo su un blog senza lasciare commento, senza lasciare posta perche’ faccio satira e la satira non e’ commentabile, quindi ho rinunciato al commento, chi vuole interloquire conversa direttamente con me, pero’ sostanzialmente faccio questa satira abbinandola ad una informazione, quindi curando un certo contenuto dietro alle espressioni satiriche, perche’ se no diversamente sarei gia’ finito vittima delle querele. Questa osa interessa, a volte i giornali la citano su diversi argomenti: potrei suggerire ai giornali locali che manca la satira nel Biellese, la realta’ provinciale e’ cosi’ ristretta che non ammette la satira, mentre l’opinione pubblica e’ abituata alla satira a livello nazionale, la piu’ feroce, la piu’ caustica. A livello locale non e’ ammessa perche’ il cliche’ provinciale non l’ammette e andrebbe affrontata. La mia lamentela, che risolvo con un mio impegno di qualche ora alla settimana, e’ quella di avere un prodotto migliore: poi e’ chiaro che dietro quel prodotto c’e’ un committente e devo ragionare sul perche’ quel committente ha scelto quella linea editoriale: ad esempio dietro al giornale cattolico ci puo’ essere di tutto, poi c’e’ una linea ufficiale, ma non si puo’ dire che siccome siamo cattolici c’e’ questa linea, ci saranno dieci linee, anche solo per la strategia economica ci sono dieci linee: pluralismo? Bisogna vedere se siete capaci a farlo. Poi all’Eco di Biella non interessa la linea editoriale, seguira’ quello che c’e’ al comando, La Stampa forse e’ piu svincolata dalle questioni provinciali terra terra.
Io inviterei piu’ lettori a farsi opinionisti ma con contenuti, perche’ senza contenuti si rischia di cadere in quello che diceva il prof Colombo, di uscire dal concetto di discussione e di dibattito, anche con provocazione.
Enrica Rauso, docente Istituto Tecnico Industriale:
Da alcuni anni come scuola partecipiamo ad un progetto nazionale di quotidiano in classe, con giornali nazionali e locali disponibili: si tratta di una lettura seguita e animata dai docenti, perche’ le capacita’ di concentrazione sono limitate ed e’ necessaria una comunicazione con i ragazzi per seguire la lettura. Poi vi e’ l’esperienza del giornale della scuola, prima cartaceo, ma con l’esigenza di un coinvolgimento diverso dei ragazzi si e’ passati ad internet e si e’ raccolta la disponibilita’ di piu’ studenti: sono caduti alcuni vincoli formali e si a’ aperta una maggiore flessibilita’ per i prodotti dei ragazzi; nello stesso tempo per i piu’ interessati si apre la possibilita’ di stage estivi presso le redazioni dei giornali locali, e questo crea in loro lo stimolo ad essere poi trascinatori dei compagni. Di cosa ci siamo resi conto come docenti, lettere e storia: dalla riduzione degli spazi di attenzione, dalle conseguenze dei nuovi modi di comunicare (sms) anche per la nostra attivita’ devono esserci dei cambiamenti di strumenti, ed i giornali locali dovrebbero tenere presente questo, ci sono stati negli anni dei cambiamenti di vesti grafiche ma la domanda di una maggiore spendibilita’ verso i giovani e’ aperta.
Un’ultima osservazione per i giornali locali e’ quella di essere piu’ positivi nel considerare il territorio biellese.
Abele Quaregna:
Mi ha incuriosito l’entusiasmo dell’addetto stampa della provincia per la rete: il mondo dei giornali sta vivendo oggi una doppia crisi, oltre a quella globale anche strutturale del settore, negli Usa i giornali locali hanno iniziato a chiudere, perche’ a causa della rete gli introiti pubblicitari si sono spostati dalla carta stampata. Volevo chiedere se viene percepito questo pericolo per i direttori dei giornali biellesi, per le edizioni cartacee, mi pare che le loro edizioni digitali siano aperte da poco.
L’altra domanda e’ questa: visto che si e’ detto che la cadenza bisettimanale e’ ottocentesca come mai i siti internet hanno anche loro questa cadenza, i giornali americani hanno trovato la soluzione di avere una redazione unificata sia per il prodotto cartaceo e sia per quello sulla rete.
Lele Ghisio
Dirigo un festival musicale come professione e mi occupo di comunicazione per coinvolgere decine di migliaia di persone a questi eventi. Raccolgo periodicamente dei dati presso questi festival, con interviste individuali: una di queste analisi riguarda il “perche’ e come i partecipanti hanno saputo dell’evento a cui poi hanno fruito”, ho alcuni anni di statistiche e i dati dicono che il “giornale” resta immobile al 13/14%, la parte maggiore la fanno il passaparola, le affissioni e i volantini (media tradizionali per quanto riguarda i festival) pero’ la grossa sorpresa e’ proprio dettata da internet, siamo passati nel giro di un anno da un 5 ad un 13%. Questo e’ successo nonostante io abbia una enciclopedica rassegna stampa ma questo non mi abbia spostato una persona in piu’: ho la sensazione che se facessi a meno dei giornali locali non cambierebbe di molto la situazione, cambierebbe la percezione, bisognerebbe fare altri ragionamenti piu’ complessi, ma la mia e’ una osservazione tecnica.
Sulla necessita’ della carta stampata rispetto all’on-line credo che sia legata ancora al divario tecnologico e generazionale, crescendo la popolazione poi si arrivera’ sempre di piu’ alla rete non spero che scompaia la carta stampata …
Silvano Esposito
Fino ad ora un certo tipo di notizie, non parliamo di comunicazione ma di notizie, le diamo solo noi, quando ci sara’ qualcun altro che magari le dara’ meglio allora ne soffriremo, se c’e’ una cena dei coscritti a Trivero la mettiamo solo noi e allora …
Lele Ghisio:
… noi abbiamo tre bisettimanali che pero’, con sensibilita’ diverse e parcellizzati come diceva Max Zegna prima, spesso ragionano come un quotidiano, questa e’ l’anomalia vera, pur avendo tre anime diverse non approfondiscono mai, neanche quando possono farlo, e questo e’ un errore grave. Quello che a me piacerebbe vedere sui tre media locali e’ un approfondimento della notizia secondo la sensibilita’, invece una notizia che pubblica l’Eco di Biella il giorno dopo il Biellese tende a minimizzarla e viceversa, questo credo che sia un limite.
Su rapporto “democratico” tra la carta stampata e l’on-line la questione e’ che la prima e’ a disposizione di pochi, Daniele Gamba se non avesse avuto la rete a disposizione avrebbe avuto qualche difficolta’ a fare stampare la sua newsletter e a distribuirla, invece il costo della distribuzione e’ diventato tendente allo zero, per la carta stampata l’accesso e’ mediato dalla proprieta’, Se io devo ribattere ad un articolo uscito su un giornale ho delle difficolta’, perche’ o scrivo al giornale e il direttore decide se pubblicare o meno la mia risposta, come abbiamo visto prima nel caso citato dal professore, oppure puo’ essere pubblicata ma nelle lettere, in evidenza o meno. Il web per chi lo sa usare inverte un po’ questo tipo di cose soprattutto con il multimedia e la fotografia.
Fausto Colombo:
Sui tempi di sviluppo della rete: sappiamo che il nostro paese e’ arretrato rispetto agli altri paesi dell’Europa Occidentale. Il suo sviluppo e’ legato a due elementi: il fatto che si possa arrivare alla rete, cioe’ ci sia una connessione, e poi che questa abbia una certa velocita’, la banda larga. L’arretratezza italiana e’ su entrambi questi fattori, pero’ c’e’ un accesso significativo all’accesso alla banda larga e quindi non c’e’ dubbio che lo sviluppo della rete, secondo le previsioni ottimistiche nell’arco di dieci anni dovrebbe coprire una larga parte del territorio, oltretutto ci sono una serie di scoperte e di cambiamenti tecnologici che non sto a dire che potrebbero essere rilevanti. Quindi da un certo punto di vista la rete davvero rischia di arrivare nelle case di tutti, pero’ vi vorrei sottoporre anche un’altra questione: la rete non e’ di per se’ democratica, e’ la democrazia che fa la rete democratica, perche’ se voi andate a vedere le proposte di legge sulla regolamentazione della rete, ve ne sono diverse e ne suggerisco una “carina” che e’ sul sito dell’onorevole Gabriella Carlucci (http://www.gabriellacarlucci.it/2009/03/03/pedofilia-e-internet/proposta-di-legge/) e che e’ esemplare, si chiama “pedofilia e internet”, c’e’ questa proposta di legge, non si parla mai di pedofilia, e’ scritta in word, la si scarica, si apre il file, si va nel menu’ “proprietà” e nella proprieta’ e’ scritta dal presidente di Univideo, ed e’ una legge che ha come finalita’ essenziale la protezione del copright, non la pedofilia. Questo e’ uno dei molti tentativi di regolamentazione della rete che ridurrebbero le potenzialita’, per esempio una e’ l’attribuzione ad ogni soggetto che si faccia un blog o qualunque altro tipo di soggettivita’ in rete di rispondere come il direttore di una testata. Ovviamente mentre dico questo dico che e’ importante che oggi proponiamo l’estensione della tecnologia che ci permette l’accesso alla rete, ma che la tecnologia non basta perche’ se poi non c’e’ la consapevolezza delle potenzialita’ democratiche e si va verso una riduzione, allora estendere la rete serve a portare la televisione nelle case di tutti ma non serve a dare l’accesso ai cittadini.
Lo dico perche’ rileggendo Habermas abbiamo capito che i media non generano le forme politiche, e nemmeno ne sono generati, il meccanismo e’ questo: di solito quando nasce una nuova forma di sistema politico (semplifico) si guarda intorno e sceglie il media piu’ adeguato, ma e’ in grado anche di piegarlo; come e’ stato detto prima, noi abbiamo parlato della rete soprattutto per gli aspetti interattivi e partecipativi, ma la banda larga e’ anche il fatto che noi possiamo ricevere la tv, e quella e’ sempre televisione. Le scelte che si fanno in questa fase sono decisive e lo dico perche’ abbiamo tanto parlato di dibattere e uno dei contenuti del dibattito dovrebbe essere proprio quello di garantire la liberta di espressione e comunicazione sulla rete, con tutte le regole legate alla liberta’ di espressione.
Paolo Cosseddu, giornalista:
Due esempi:
Un anno fa quattro ragazzotti strafatti di crack vengono arrestati negli Usa, due ore dopo il Corriere e Repubblica on-line titolano “Complotto dei supremazisti bianchi per assassinare Obama”, terribile, mi collego al New York Times e non c’e’ una riga.
Qualche anno fa uno dei tre giornali di Biella pubblica un grosso titolo in taglio centrale “Maxi operazione sicurezza: 300 fermati”, leggo il pezzo, fermati due ragazzi con mezzo grammo di hashish. Quale e’ la notizia, la maxi operazione o i 300 fermati e i due ragazzi? Magari il direttore di un giornale locale a cui interessa avere un rapporto con la comunita’, e non con il questore o il prefetto o il sindaco, avrebbe dovuto fare un editoriale per dire “come si usano i soldi dei contribuenti? valeva la pena?” Penso che quando il direttore Esposito dice che loro hanno l’esclusivita’ dell’informazione ha ragione: se c’e’ la castagnata e voglio vedermi mentre faccio saltare le castagne o compro il giornale altrimenti non c’e il blogger indipendente che si mette li’ e fa la raccolta delle castagnate, su questo ha ragione lui, pero’ 1- siamo poi cosi’ sicuri che la notizia della castagnata sia strategica a livello del lettore, ma anche a livello editoriale, certo il giorno che c’e’ il morto il giornale locale vende di piu’, ma 2- esiste un livello soddisfacente di approfondimento nella stampa locale? Il giornale mi aiuta a capire quello che succede nel territorio? ad esempio hanno aperto la Coop alle porte di Biella, non so bene cosa pensare di questa mostruosita’ ma di certo non sono i giornali che mi hanno aiutato a capire, questo e’ un grosso limite. Siete cosi’ sicuri che la rete, che riesce a fare chiudere il giornale di Seattle, non riesca a mettervi in crisi?
Quindi anni fa a Biella e’ scoppiato un dibattito tra due giornali, perche’ uno aveva tutti giornalisti professionisti e l’altro no, (c’ero anch’io), tutti che iniziavano il percorso: il giornale dei professionisti scrisse “Vi fareste curare da un infermiere? Per curarvi ci vuole il medico” Internet e’ il medico per l’informazione, le nicchie sono molte e approfondite, e non le conosciamo neanche. L’esempio del forum del Corriere, citato da Colombo, e’ illuminante, ma piu’ si va avanti e piu’ e’ difficile che questi siti siano in grado di offrire una qualita’, sono i lettori del Corriere, ma francamente perche’ devo andare a leggere su questo sito che “si mangia il sushi su una modella nuda a Tokio” , Corriere e Repubblica, casi unici al mondo di grandi giornali, hanno una fila di banner su donne nude, animali in bottiglia, filmati buffi su youtube, perche’ cercano di prendere tutti i lettori che andrebbero su altri siti e invece il datore di lavoro legge che sei collegato al Corriere e va bene, tutti i giorni c’era l’aggiornamento alla fiction su Moana Pozzi. Quindi se uno va a commentare sul sito del Corriere la storia di Eluana Englaro non ha capito nulla della rete, non deve andare li’ ma deve cercare sulla rete altro di piu’ serio e qualificato.
Lumia Alessandro, Grilli Biellesi:
Ogni tanto cerco di capire me stesso: non seguo l’informazione dei telegiornali, non la ritengo utile, e uso internet. Poi mi confronto con i miei genitori, magari a tavola, e capisco sovente che le due cose sono proprio diverse, poi ognuno sceglie cosa usare. Pero’ e’ successo l’altra sera che, dopo un bel po’ che non guardavo la televisione, accendo e vedo Roberto Saviano e me lo sono ascoltato tutto, non so da quanto non capitava tanta tv cosi’ per me. Poi ho riflettuto e ho pensato che e’ stata la qualita’, ho cercato quello che secondo me era il meglio e mi sono fermato, poi che fosse la tele, internet o il blog di qualcuno non mi interessa.
Alessio
Lei professore sottolineava la disciplina della discussione, da opporre all’arte di insultare, all’assenza di discussioni argomentative, allo svalutare la persona, piu’ che portare tesi a favore. A questo punto mi sarei aspettato che avesse chiuso il cerchio, per cio’ che diceva all’inizio sul passaggio dalla democrazia della rappresentanza alla democrazia del consenso, volevo sapere la sua opinione se c’e’ questo nesso e se lei lo legge. Direi questo: il fatto che ci siano cosi’ tanti “tifi” deriva secondo me dalle limitate possibilita’ di espressione proprio a livello di potere decisionale, cioe’ chi decide puo’ sedersi al tavolo e aumentano i limiti per i quali una persona possa sedersi ad uno di questo tavoli, come il parlamento: le persone che possono discutere sono sempre piu’ omogenee e quelle che non possono farlo hanno spazi che diventano poi di sfogo e quindi di tifo, lego alla crisi della rappresentanza questa deriva della comunicazione, e le parole che si possono usare sono le parole del discorso pubblico incanalato socialmente. Prendo l’esempio citato da Marida Augusto e se vogliamo parlare di persone a cui e’ negata la possibilita’ di stare in Italia, perche’ non viene rilasciato un permesso di soggiorno, dobbiamo parlare di “clandestini” per farci capire, perche’ se no non possiamo richiamare tutto il passato storico, politico e sociale, un passato dimenticato, che non interessa, e quindi per farci capire dobbiamo usare questa parola: diceva qualcuno o qualcuna “le vostre parole non mi piacciono ma devo usarle per farmi sentire”.
Fausto Colombo
Mi sembra un dibattito che testimonia una realta’ viva, non conosco la vostra impressione da dentro, ma ho questo dato.
Questo ultimo intervento mi ha molto provocato, diceva Roland Barthes che “ogni lingua e’ fascista” non perche’ mi impedisce di dire ma perche’ mi obbliga a dire certe cose.
Le vere questioni sono due
Primo capire che noi abbiamo la strana compresenza di due cose, la crescita di una sorta di pensiero unico e la realta’ che e’ troppa per poterla contenere: non voglio fare politica ma quando sento parlare di “tutti gli italiani di buon senso” mi si accappona la pelle, l’idea di fare un enorme partito che raccoglie “tutti gli italiani di buon senso” e quindi tutti i coglioni sono dall’altra parte questa cosa mi ripugna, voglio precisare che mi ripugnerebbe detta da qualunque parte, quindi c’e’ questo modello, c’e’ un “buon senso” che dovrebbe guidarci….. Non c’e’ nessun “buon senso”, non esiste il “buon senso” nella politica e nella gestione di un paese, ci sono delle opinioni, delle interpretazioni, qualche volta ci sono delle ideologie, ma la politica non si fa con il “buon senso”, quella e’ l’amministrazione, che consiste nel risolvere il problema dei tombini, la politica vuol dire sapere cosa faro’ nel futuro, e cosa faranno i miei figli e i miei nipoti, la politica e’ scegliere per gli altri, e’ una cosa seria: l’amministrazione e’ importantissima ma e’ un’altra cosa, questa si fa con il “buon senso”, la politica no. Quindi il pensiero unico e, quanta ne e’ venuta fuori dalle cose che avete detto, la fine della grande piazza comune. Perche’ la televisione nel bene e nel male ha costituito per oltre venti anni una piazza comune, ora e’ difficile trovare piu’ di 4/5 milioni di persone che guardano la stessa cosa, la frantumazione del grande mezzo che ha fatto da piazza comune e’ un problema. Da un lato si evoca una sorta di “buon senso comune” e dall’altra non c’e piu’ una “piazza comune” e quindi bisogna riconoscere che lavorare sulla rete significa anche confrontarsi con il fatto che ci sono delle isole che si devono connettere con un faticoso lavoro che e’ tutto da fare.
Seconda considerazione. Cosa vuol dire l’arte del dialogo: vuol dire che io incontro le altre persone, non le altre parole. Piccolo esempio biografico, disegno di legge Gelmini, contestazione da parte di una serie di studenti e professori, tra cui il sottoscritto, lezione in piazza con studenti e gente che passava: la sera prima ho avuto una discussione organizzata con un gruppo di studenti della mia universita’, che non condividevano la mia partecipazione, su questa questione, alla fine siamo rimasti ognuno della propria opinione. Alla sera ho trovato una mail che ricordero’ sempre, inviata da una studentessa di questo gruppo che mi ha scritto “continuo a non capire perche’ lei vuole fare questa lezione ma 1-la ringrazio di essere venuto a discutere con noi e di avere raccontato la sua vita universitaria e non principi astratti 2- la ringrazio di averci dedicato tempo perche’ ho capito che discutere significa dedicare tempo 3-in bocca al lupo per la lezione di domani”
Questa mi pare una rappresentazione del dialogo, cioe’ non significa che poi ci appiattiamo, e’ il contrario esatto del pensiero unico, e’ l’esaltazione della differenza e la comprensione che le differenze sono una ricchezza, questa cosa vale in generale ma tanto piu’ vale sul territorio, tanto piu’ scopriamo di essere diversi tanto piu’ siamo ricchi, non poveri, di fronte a un discorso che tende a ridurre le diversita’ in negativita’, tanto piu’ siamo diversi e tanto piu siamo siamo poveri, no, assolutamente no.