Quant'era più semplice la carità, ai tempi di san Martino: bastavano un mantello, una spada e un buon cuore. Nell'era della grande crisi la generosità deve saper maneggiare regolamenti bancari, legislazione fiscale, normative catastali. «Quando arrivano queste famiglie incastrate dal mutuo, dalla rata dell'auto, dal contratto precario scaduto, pagare una bolletta non risolve niente. Bisogna ristrutturare un intero bilancio familiare». Allora Paolo Frison, bancario di mestiere e volontario Caritas per scelta, impugna la calcolatrice e si comporta come un manager chiamato a risanare un'azienda in bilico: analisi di entrate e uscite, valutazione degli asset, tagli di spesa, razionalizzazioni, smobilitazioni: «I libri di scuola dei figli non si toccano, ma forse si può ricontrattare la rata del frigo, rivedere le condizioni del mutuo, nei casi più gravi vendere l'auto». Se il piano di riassetto familiare lo richiede e lo permette, allora si concede anche un piccolo prestitoponte, da 500 a 3 mila euro, ma con attenzione, perché «le crisi improvvise delle famiglie lavoratrici nascono quasi sempre dall'indebitamento - spiega Stefano Osti, segretario del progetto microcredito - e non possiamo aggiungere un altro peso al fardello». La mensa dei poveri, il pacco viveri, la mano al borsellino non bastano più. Ai tempi della Grande Crisi la Chiesa ricalibra il suo sistema di assistenza ai deboli. Crea, sperimenta. Quel che esce, più che alla carità, somiglia a un welfare articolato e complesso: sportelli casa, lavoro, assistenza bancaria, fiscale, legale. Idee e tentativi fuori dagli schemi: Carpi sollecita l'affitto sottocanone, Vicenza inventa la "carta equa" che dona una quota della spesa al supermercato, Pistoia diffonde una guida alla beneficenza efficace, Osimo apre un centro di orientamento al lavoro, Chieti stampa un foglio di offerte d'impiego, a Trieste si chiede aiuto con un modulo internet.
In quel tempo Gesù disse «i poveri li avrete sempre con voi», ma non specificò che i poveri cambiano aspetto e bisogni. I poveri di sempre ci sono ancora, sulla sinistra del cortile di via Torretti, al ricovero dei senzatetto. I "nuovi poveri", madri sole, anziani della minima, fanno ancora la fila allo sportello dell'assistenza: pacco viveri, bolletta della luce pagata. Ma le famiglie "normali" che da qualche mese a questa parte arrivano stravolte, aggredite da carte di credito insolute, rate protestate, casse integrazione, come le chiamiamo? Nuovissimi poveri?
Per salvare i naufraghi della "tempesta perfetta" dei mercati mondiali bisogna aggiornare l'analisi.
Spiega il vicepresidente Caritas Francesco Marsico: «Dopo anni in cui la povertà sembrava diffusa, relazionale, inclassificabile, questa crisi ci restituisce la povertà legata al ceto sociale di appartenenza. Per capire chi sono i poveri oggi, basta guardare i minimi salariali di certi contratti operai o del commercio». Poveri con Internet, cellulari e automobile, tecnicamente non-poveri: ma due stipendi bassi o precari, un mutuo e figli sono uno schema vulnerabile ai brividi del "mercato".
Sempre più spesso i parroci chiedono istruzioni ai vescovi, non sanno come comportarsi di fronte a disperazioni insolite. È da loro che approda l'idraulico stravolto: «Non mi pagano le fatture, se pago i fornitori non mi restano i soldi per il riscaldamento». È a loro che la coppia benvestita confessa: «Abbiamo comprato casa, poi io ho perso il lavoro e ora la rata ci ammazza». Bussa e ti sarà aperto, chiedi e ti sarà dato. Ma quando a bussare, in lacrime, sono i penultimi, i terzultimi, il prete cosa deve dare? «In termini evangelici la Chiesa non può mai chiudere le porte - risponde da Vicenza don Giovanni Sandonà - in termini pastorali, ossia storici, deve misurare i suoi sforzi perché non siano né un anestetico sociale, né uno sgravio di responsabilità dei doveri pubblici». Don Giovanni coordina le Caritas del nord-est, dove la crisi sta facendo saltare i distretti industriali che sembravano la cornucopia degli sghèi, e dove negli ultimi tre mesi le richieste di aiuto ai parroci sono cresciute del 50 per cento.
Emergenza: e la Chiesa italiana ha deciso di rispondere come ci si mobilita per un terremoto («l'uragano», l'ha definito il cardinale Bagnasco), senza chiedersi a chi spetta. A Natale l'annuncio della diocesi milanese ha fatto tutto il rumore che voleva fare: un fondo monetario per chi perde il lavoro, avviato con un milione di euro dal cardinale Tettamanzi. Santo ammortizzatore sociale.
Qualche ironia laica. Le critiche del ministro Brunetta. Ma «siamo sommersi da telefonate delle diocesi che vogliono fare come noi», conferma don Davide Milani, portavoce del cardinale.
Mantova, Torino, Prato, Genova, Bologna aprono fondi speciali, a Savona il vescovo Lupi versa cinquemila euro dal suo conto privato. Tuttavia quello milanese non è l'unico modello possibile per la nuova carità. Don Sandonà ne individua tre: «L'uso intensificato di strumenti tradizionali, come a Roma e nel Sud. La creazione di strumenti del tutto nuovi, come a Milano. L'adattamento al nuovo di strumenti tradizionali, che è la nostra strada». Scelte diverse secondo la situazione locale, non in conflitto, ci tiene a dire: «Fossi stato a Milano avrei fatto come loro».
Con 220 sedi diocesane e migliaia di gruppi parrocchiali la Caritas può rivendicare d'essere la più capillare rete di ascolto del bisogno, e sa rendere flessibili localmente le risposte. A Roma, spiega Alberto Colaiacomo, «l'onda dei licenziamenti non è ancora arrivata, qui dobbiamo far fronte all'acutizzarsi dei problemi di famiglie già al limite». E la risposta è l'Emporio della Solidarietà di via Casilina, supermarket dalla spesa prepagata per 500 famiglie che attutisce la vergogna del "pacco alimentare". Esperienza imitata a Prato e Firenze. Ma se ti spingi fino ad Andria, in Puglia, dove il miracolo economico del tessile è tramontato, capisci che riempire il frigorifero a famiglie dal reddito vaporizzato non basta più. Come una dozzina di altre diocesi, don Domenico Francavilla avviò qualche anno fa uno sportello di microcredito come risorsa anti-usura per piccole imprese: ha dovuto riconvertirlo in supporto per famiglie, quelle a cui basterebbe una sommetta che colmi il vuoto fra un contratto precario e un altro, ma proprio per questo non sono "bancabili". Per ora funziona, «ma se la crisi peggiora e aumentano i prestiti non restituiti non ce la faremo». Lo sanno alla Caritas di Rimini, che ha dovuto sospendere le erogazioni dopo aver fatto girare due milioni di euro perché gli insoluti hanno superato il 50%. «Ci sarà anche qualche furbo - è l'amaro commento - ma nella maggioranza dei casi si tratta di persone che proprio non ce l'hanno fatta».
Per evitare il rischio, a Vicenza hanno scelto di subordinare ogni prestito a una specie di pacchettoconsulenza sul bilancio familiare, comprensivo di tutor che accompagna per mesi la famiglia tra banche e uffici, alleviando l'ansia che stordisce e consigliando i passi giusti da fare. Se c'è un mutuo da rinegoziare o un affitto da ricalcolare, si chiede l'aiuto di un volontario-geometra. In certi casi interviene lo sportello legale. «Può esserci di mezzo una separazione difficile, gli alimenti da calcolare», esemplifica la responsabile Alessandra Pozza. A volte si ricorre a un volontarioavvocato, come Igor Brunello: «L'artigiano in crisi potrebbe cavarsela riscuotendo un credito insoluto, ma non può pagarsi un legale per sollecitarlo». Perfino tra i piccoli imprenditori c'è una fascia debole «che non chiede aiuto alle associazioni di categoria per non essere etichettato come semi-fallito, ma non sa fronteggiare da sé banche e fisco», racconta Maurizio Costa, responsabile del microcredito allo sportello di Vicenza.
La vera carità è la giustizia, ammonì Paolo VI: ma per ottenere giustizia oggi serve un samaritano professionale. «Nell'aiuto ai poveri il know-how serve non meno che in un'impresa», avverte Avvenire, il quotidiano dei vescovi. A volte basta un po' di lucidità e qualche malizia tecnica per scampare alla disperazione. Ma bisogna lottare contro certe sirene potentissime. Don Sandonà è un uomo misurato, ma gli vibra la voce quando parla della «folle deriva del credito al consumo», della «offerta scandalosa di denaro facile per comprare cose futili. Se non si cambiano gli stili di vita, gli appelli a consumare di più "per il bene del Paese" possono fare molti danni». Nei Te Deum di fine anno i vescovi di molte città hanno ripetuto la stessa parola: sobrietà. Virtù anticiclica e morale assieme. «Il nostro scopo è educativo. Non siamo la versione religiosa del welfare, né dobbiamo dare l'impressione che la Chiesa voglia recuperare visibilità e consenso. Ai poteri pubblici, invece, mandiamo un segno: se ci riusciamo noi, perché non può farlo lo Stato?»