IRC E CREDITI SCOLASTICI
lettera pubblicata da Avvenire 18/08/2009
A differenza di quanto riferito dalla maggior parte dei titoli giornalistici, che ampliano in modo fuorviante la questione alla non partecipazione degli insegnanti di religione agli scrutini in generale, la sentenza del TAR del Lazio annulla le Ordinanze Ministeriali relativamente all’attribuzione del credito scolastico per chi si avvale dell’insegnamento della religione cattolica (i.r.c.); il punto in oggetto è dunque più limitato. Altrettanto improprie rischiano di essere le reazioni finora espresse da più parti: non si tratta di una messa in discussione della legittimità di un tale insegnamento nella scuola dello stato, o della partecipazione degli insegnanti di religione agli scrutini (aspetti ribaditi come legittimi dalla sentenza del TAR).
Più propriamente occorre interrogarsi circa l’opportunità di attribuire un credito scolastico agli studenti che si avvalgono dell’i.r.c.; fin dai tempi delle citate Ordinanze coltiviamo una seria perplessità al proposito, derivante dai rischi che ci è parso di cogliere in merito, e che ora riferiamo.
· Nella prospettiva degli studenti il rischio è che si consideri un merito l’adesione formale o peggio, che l’attribuzione di un credito maggiore costituisca l’incentivo, quando non la motivazione, ad avvalersi; si depotenzia così l’aspetto motivazionale legato all’interesse per la conoscenza del fenomeno religioso, che riguardi la propria esperienza di fede o meno (c’è qui un limite del dettato della sentenza: la scelta di avvalersi non è “religiosa”). Il vero guadagno che l’adesione all’i.r.c. dovrebbe offrire è quello di una proposta culturale che consiste in una riflessione critica ed argomentata sulle grandi domande di senso e la loro relazione alle tradizioni religiose ed ai loro codici (in primis quella abramitica dominante nella storia dell’occidente, ma non solo); è la crescita consentita dall’adesione libera ad un percorso complementare rispetto ad altri saperi curricolari.
· Nella prospettiva degli insegnanti (e degli uffici scolastici ecclesiastici) il rischio è che si alimenti una sorta di frustrazione e di senso di inferiorità legati a quegli aspetti che sono carenti nell’i.r.c. (la verifica, il giudizio numerico, il debito scolastico ecc.); che di conseguenza in questo genere di battaglie non si perseguano soluzioni adeguate alla particolare natura dell’i.r.c. bensì – in modo più o meno consapevole – la rivendicazione di una presunta uguaglianza formale della materia con le altre discipline curricolari; ciò non consentirebbe (e non consente di fatto a molti colleghi) di vivere serenamente una differenza che c’è e ci deve essere, trattandosi di un insegnamento da un punto di vista confessionale in regime concordatario (idoneità, programmi ed obiettivi), con ovvie implicazioni di carattere epistemologico (il metodo e la prospettiva da cui si osserva la materia trattata) e giuridico (il rispetto costituzionalmente garantito delle scelte diverse rispetto ad una offerta confessionale). Il gap tra i.r.c. ed altre materie va recuperato sul piano dell’interesse che tale offerta culturale è in grado di suscitare: se davvero si affrontano le grandi domande di senso, e se davvero si ritengono significative le risposte elaborate dalla tradizione religiosa cristiana e non solo, allora non vi può essere il timore dell’insignificanza e la sensazione dell’irrilevanza, poiché studenti che magari non avranno lucrato un miserevole mezzo punto in più conserveranno per la loro vita la percezione di aver incontrato nella loro esperienza scolastica uno stimolo – tra gli altri - a dare senso ai loro progetti, alla loro esistenza, nella gratuità di una libera offerta.
· Nella prospettiva di politici, opinionisti, persone ed associazioni a vario titolo interessate all’argomento: il rischio è che la questione diventi il luogo su cui ergere delle barricate per ben altre e meno nobili battaglie. Tralasciando il sospetto che alcuni strumentalizzino la questione a fini di mero consenso politico, è in ogni caso obiettivo il pericolo di fare un’operazione di macelleria in un ambito quale quello dell’insegnamento della religione, che invece richiederebbe oggi ben altra considerazione e disponibilità al ripensamento tanto da parte dello stato quanto da parte della chiesa italiana. Sono infatti abbastanza evidenti alcuni dati: 1) che l’esperienza religiosa abbia costituito e costituisca una dimensione assai rilevante dell’esistenza individuale, sociale, politica, e che essa tuttavia non sia, in quanto tale e secondo la sua specificità, oggetto di trattazione rigorosa in altri ambiti scientifici; 2) che si assiste oggi ad un grave difetto di semplice conoscenza elementare delle principali tradizioni religiose, non solo da parte di non credenti – per i quali ciò costituisce una carenza di strumenti per comprendere dimensioni diverse della propria e delle altrui culture – ma anche della gran parte dei credenti, che si riferiscono alle proprie tradizioni religiose ed ai propri codici per semplificazioni e luoghi comuni, se non con obiettivi fraintendimenti; 3) tale difetto vede moltiplicati i suoi effetti negativi nell’attuale contesto multireligioso, dove alla scarsa conoscenza della propria tradizione religiosa e della sua vocazione a rapportarsi ad altre, si aggiunge la pressoché totale ignoranza delle tradizioni religiose altrui; 4) salvo alcuni casi – più frequenti nella scuola primaria, assai più rari nella secondaria – gli studenti la cui esperienza religiosa non si riconosce nel cattolicesimo non si avvalgono dell’i.r.c., e tale situazione evidenzia il rischio di fallire l’obiettivo dichiarato di favorire l’integrazione ed il dialogo tra cittadini di fedi diverse. Affinché la scuola statale non abdichi al suo compito essenziale di integrazione sotto il profilo delle diverse appartenenze religiose, è necessaria tutta la serenità e l’audacia per ripensare un insegnamento che tra una confessionalità ad excludendum (non certo nell’intenzione, ma di fatto) ed una ideologica negazione di rilevanza dell’esperienza religiosa, offra a tutti gli studenti in forma curricolare ed obbligatoria un insegnamento della religione che sappia contemperare i seguenti aspetti: un approccio scientifico e critico al fenomeno religioso nelle sue molteplici dimensioni, ed una seria attenzione all’autocomprensione che ciascuna tradizione religiosa ha di sé, a partire da quelle più rilevanti per la storia ed il tessuto culturale e spirituale del nostro paese. Si tratta di una riflessione destinata a non esaurirsi in breve tempo ma comunque urgente, che richiede un approfondito lavoro culturale e politico al quale certo poco giovano ordinanze ministeriali più o meno compiacenti, sentenze a tratti ambigue, esternazioni politiche tonanti ed ideologiche che mal si attagliano alla complessità delle questioni che si pongono.